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Francesco e il suo silenzio da Auschwitz a Rouen

di - sabato 30 luglio 2016 ore 23:09

‎Il silenzio di Francesco ad Auschwitz è un grido muto e assordante contro la crudeltà umana a poche ore dalla profanazione di Rouen. Ennesimo atto di questa lunga e tormentata estate in cui i terroristi ci stanno portando ad una nuova guerra mondiale. Ma non chiamatela guerra di religione. È quanto chiede Papa Francesco, ostinato promotore del dialogo interreligioso, della diplomazia che spiana diffidenze e attenua il peso degli scismi, guida spirituale dell'Occidente che apre all'Oriente. 

Francesco è un “rivoluzionario” che parla dei problemi del mondo, che invoca giustizia economica e sociale. Nella consapevolezza che la storia, talvolta, si ripete, riproponendo perfette identità: carnefice e vittima. Fanatici ed indifesi. Oggi il nemico è una milizia votata alla distruzione, perfettamente inquadrata, con schemi e obiettivi preparati minuziosamente o, talvolta, repentinamente improvvisati. Agiscono singolarmente o in gruppo. Il jihadismo nelle sue varie ramificazioni è la più potente, e pericolosa, organizzazione terroristica al mondo. La sigla che domina il mercato globale è quella dell'Is. Ogni attentato, fallito o riuscito, che faccia notizia è per l'Is una vittoria di propaganda. Da rivendicare “a prescindere” dall'effettivo coinvolgimento. La tattica militare è banalissima, colpite dove volete e come potete. L'importante è imprimere il “marchio di fabbrica” sulle peggiori nefandezze. La strategia comunicativa è diffondere paura, panico. Creare il caos e fare nuove reclute, allargando le file del proprio esercito di invasati. Non per lanciare un'invasione ma bensì per provocare l'implosione della democrazia e della libertà. 

Seminando morte e spazzando al vento i petali dell'umanità: Nizza, Orlando, Istanbul, Dacca, Ansbach, Kabul. Somalia, Siria, Baviera, Iraq e Normandia. Città e piccole periferie di provincia. Un elenco senza confini in questa lunga estate. Una sequenza strutturale di attacchi terroristici, la ripetizione della narrazione nelle drammatiche e angoscianti testimonianze dei sopravvissuti. Al promenade di Nizza: “Il camion sembrava che barcollasse, ma lo faceva per colpire quanta più gente poteva. Dopo il suo passaggio ho visto per terra un bimbo morto accanto al padre disperato che lo accarezzava mentre con l'altra mano reggeva una carrozzina, una signora senza una gamba, un uomo senza un piede, sentivo grida, urla, disperazione. Sono rimasto impietrito, immobile, poi a un certo punto è stato come se il silenzio mi avvolgesse”. 

Nel ristorante di Dacca: “Ho sentito urla e spari e mentre provavo a uscire ho visto un ragazzo con un'arma automatica che si avvicinava al tavolo degli italiani”. Al concerto ad Ansbach: “Eravamo a cena fuori. Abbiamo sentito una detonazione, e siamo rimasti pietrificati. Poi molte persone hanno cominciato a correre. Alcuni pensavano di essere stati colpiti perché cadevano mattoni dal tetto”. All'aeroporto di Istanbul: “C'era sangue sul pavimento e tutto attorno a me era in pezzi”. Nelle strade di Kabul: “Stavo partecipando ad una pacifica manifestazione quando ho sentito un botto e poi ognuno ha iniziato a scappare e urlare”. Nella discoteca di Orlando: “Per favore, per favore, per favore non sparare! Per favore non farlo. Fermati!”. A Mogadiscio: “Ho sentito l'esplosione, devo aver perso conoscenza per qualche attimo, poi ho iniziato a correre, sparavano a tutto quello che vedevano.” Nella chiesa di Rouen: “Sono entrati bruscamente, parlavano in arabo, ho visto un coltello. Io sono uscita quando hanno cominciato ad aggredire padre Jacques”. Voci di chi ha visto la morte in faccia e senza volerlo si è trovato nella prima linea di una sporca guerra.

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