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Cronaca giovedì 03 novembre 2016 ore 21:35

Caso Ragusa, quella chiamata misteriosa del marito

Roberta Ragusa

A pochi giorni dall'udienza di Antonio Logli spunta un tabulato telefonico risalente a poche ore dalla scomparsa di Roberta



PISA — Dopo essere stato prosciolto dall'accusa di omicidio perché "Il fatto non sussiste" il 18 novembre Antonio Logli dovrà comparire davanti al giudice di terzo grado per l'udienza preliminare.

L'uomo, lo ricordiamo, è il marito di Roberta Ragusa, l'imprenditrice di Gello scomparsa nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012, ed è sospettato dell'omicidio della moglie e della distruzione del suo cadavere, mai rinvenuto. L'ipotesi omicidiaria si è fatta strada, nel corso degli anni, rispetto a quella, per gli inquirenti meno plausibile, dell'allontanamento volontario della donna. 

A poche settimane dall'udienza spuntano alcuni tabulati telefonici che avrebbero registrato, nella mattina del 14 gennaio 2012, e quindi poche ore dopo la scomparsa di Roberta, una telefonata effettuata da Antonio Logli a un numero cellulare. La notizia, apparsa sul sito L'ora legale.eu. potrebbe aprire una nuova pista per far luce sulla scomparsa dell'imprenditrice di Gello. Chi ha chiamato Logli quel sabato mattina? Cosa ha detto al suo interlocutore? Due domande a cui gli inquirenti cercheranno di dare una risposta. In ugual modo si dovrà far luce sul significato di una serie di email che si sono scambiati Antonio Logli e Sara Calzolaio, attuale compagna. In una di queste e-mail, risalente al 2012, dopo la scomparsa di Roberta Ragusa, e mandata in onda questa mattina durante la trasmissione Rai Storie Vere, Logli rimprovera la donna: "Te hai questo difetto grosso, che dici la verità. E invece la verità non va detta".

Intanto la condanna di padre Gratien Alabi a 27 anni di reclusione per l’omicidio di Guerrina Piscaglia, il cui corpo, proprio come quello di Roberta, non è mai stato ritrovato, potrebbe scrivere un nuovo finale per il caso Ragusa e aprire la strada a nuovi scenari giudiziari perché dimostra che si può essere condannati per omicidio anche in assenza del cadavere della vittima.



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