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mercoledì 26 giugno 2019

Cultura venerdì 22 agosto 2014 ore 14:05

Porta a Mare, il quartiere distrutto in 7 minuti

Ogni anno la città ricorda il bombardamento del 31 agosto '43



PISA — In 7 minuti piovvero 1.100 bombe, per un totale di 408 tonnellate di esplosivo, sganciate da 152 aerei americani. Era il 31 agosto del 1943.

Il quartiere di Porta a Mare e tutta Pisa non vogliono dimenticare quella manciata di secondi che stroncarono tante vite e ne cambiarono molte altre. Per questo, ogni anno, si ritrovano nella chiesa di San Giovanni al Gatano a Porta a Mare. Con i residenti e chi in queste vie è cresciuto, ci sono anche le autorità cittadine e tanti pisani, che, in qualche modo, un pezzo di cuore lo hanno lasciato sotto a quelle bombe.

Raccolto dal Popolo Pisano e gentilmente concesso, ecco il racconto di quelle tragiche ore: come le ha vissute e come le ricorda una ragazza sopravvissuta insieme a tutta la sua famiglia, la mamma di Claudia Allegrini.


Alle ore 13,04 del 31 agosto 1943 Pisa era già sotto allarme da almeno mezz’ora, ma nessuno era convinto che la città sarebbe stata colpita, perciò anche io ero appena tornata a casa dalla solita passeggiatina in Via Vittorio Emanuele (oggi Corso Italia). Avevo compiuto 18 anni in gennaio, e mi ero licenziata il 31 Maggio al Liceo Classico di Pisa, che in quell’anno aveva chiuso in anticipo a causa della guerra. Ero in cucina; indossavo un vestito estivo bianco con disegnati piccoli buoi con un corno rosso ed uno nero, e stavo pulendo le mie scarpe bianche, perché volevo andare a Marina con il “trammino”. Abitavo in via Mazzini al n°72, di fronte all’attuale casa-museo; il mio babbo, pensionato col grado di Maresciallo Maggiore dei Carabinieri Reali, lavorava a Livorno, la mia mamma era a parlare con la signora che abitava di fronte a casa nostra, alla quale doveva consegnare le “razioni” alimentari che le aveva ritirato, perché lei era già sfollata; mio fratello Nereo, 15 anni, era stato mandato a comprare il pane al negozio di alimentari in Via Crispi dove ci servivamo sempre. La radio aveva appena cominciato a trasmettere il bollettino di guerra che riportava le operazioni delle nostre truppe in Africa Settentrionale, quando, dalla finestra aperta della cucina, sentii lo scoppio delle prime bombe dalla parte di Porta a Mare. Mi affacciai alla porta di casa urlando: “mamma, mamma, bombardano!” Lei non aveva sentito niente, ma mi disse: “Se hai paura che bombardino, vieni qui da me.” Di corsa attraversai la strada, entrai nell’androne della casa di fronte e questo mi salvò la vita: una bomba, immediatamente dopo, cadde sulla strada, seguita da molte altre sulle case contigue. Lo spostamento d’aria ci buttò a terra mentre un’enorme nuvola di polvere rossa avvolse tutto. Presa dal panico, cominciai a mordermi l’avambraccio sinistro, mentre urlavo “non voglio morire!”. Così continuò per tutta la durata del bombardamento (esattamente 7 minuti, in tre ondate!). Si sentiva il rumore dell’ondata successiva degli aerei che arrivavano e si vedeva la loro ombra sulla strada. Attraverso la polvere, dall’androne della casa, scorsi ad un tratto ombre che correvano. Urlai ad una: “ Venga dentro!” e lui mi cadde addosso macchiandomi tutto il vestito di sangue. Era un soldato giovanissimo con una gamba ridotta a pochi brandelli, che mi chiese “Signorina, non mi taglieranno la gamba, vero?”.

Nel punto in cui adesso si trova una piccola strada a fianco del chiostro della Chiesa di S. Antonio, che allora era molto più grande, c’era, a quel tempo, una Caserma della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale), ed allo scoppio delle prime bombe i militari uscirono in massa, ma in Piazza S. Antonio vennero falciati come mosche: quel ragazzo era uno di questi. Me lo ricordo bene quel ragazzo e il suo terrore di perdere la gamba che in realtà aveva già perso.

Terminato il bombardamento, rimettemmo fuori la testa; vedemmo che la nostra casa aveva tutti i soffitti crollati, e che una bomba aveva colpito la casa accanto. (Sapremo poi che lì la famiglia Cei, madre, sorella, ed il figlio ufficiale, tornato in licenza a casa, verranno trovati morti intorno alla tavola da pranzo; raccontano che il caso volle che delle uova, coperte da una zuppiera, furono ritrovate intatte). Dall’oratorio dei frati uscì ad un certo momento un ragazzo, più o meno mio coetaneo, e di cui credo di ricordare anche il nome, che si tolse la giacca, me la porse dicendomi “tienimela” e cominciò poi a caricarsi sulle spalle i feriti e i morti che si trovava davanti, trasportandoli ogni volta alla Casa di Cura in via Manzoni, diventata oramai un carnaio: si riempiva sempre di più di persone in cerca di morti e di feriti, e non c’erano mezzi per assisterle: ma questo ragazzo continuava a togliere i corpi dalla strada. La mia mamma sembrava impazzita, perché in quella confusione indescrivibile non si sapeva più niente di Nereo, il mio fratello minore, quindi, provando a camminare tra le macerie e i corpi lo cercavamo dovunque: anche alla Casa di Cura, ma nessuno ci ascoltava in quella confusione. Mentre stavamo affrante a sedere sulle macerie della nostra casa, e dopo molto, molto tempo lo vedemmo arrivare da piazza S. Antonio: fra abbracci, baci e lacrime ed il ragazzo ci raccontò che, per sua fortuna, mentre allo scoppio delle prime bombe correva per tornare a casa, aveva incontrato un ufficiale dell’aviazione che, intuendo il grave pericolo cui andava incontro, lo aveva portato con sé nella zona del Duomo. Solo al termine del bombardamento, si erano riavviati verso la zona di Porta a Mare, e Nereo aveva ritrovato la strada per casa.

Il mio babbo, nel frattempo, aveva sentito da Livorno il bombardamento, quindi, in bicicletta, tornò di corsa verso Pisa, ma quando arrivò all’ingresso di Porta a Mare dovette fermarsi: non si passava più, tante erano le macerie, i morti ed i feriti: si caricò quindi la bici sulle spalle e mentre cercava di arrivare nei pressi di casa sua a piedi diceva tra sé: “ Se è tutto così, non troverò più nessuno”. Noi tre eravamo ancora sulle macerie della casa perduta, avviliti perché quello che ci circondava era angosciante, e soprattutto perché mancava ancora un membro della famiglia. Poi, a Dio piacendo, arrivò con la bici in spalla anche il babbo. La famiglia era finalmente riunita. Mi ricordo che fu una gioia immensa, indescrivibile, e che, quando la mia mamma, dopo un abbraccio generale, piangendo si lamentò col mio babbo perché nel bombardamento avevano perso tutto, lui le disse: “ Chetati, stupida: siamo tutti vivi!”

E a questo punto saltò fuori dalle macerie, vivo anche lui, il galletto che ci avevano regalato degli amici contadini qualche giorno prima e che tenevamo in cortile: sarebbe dovuto finire in pentola, ma naturalmente nessuno si preoccupò di riacciuffarlo e così riconquistò la libertà.

Babbo invece pensò che in quella circostanza la cosa più importante fosse mettersi in sicurezza: bisognava togliersi immediatamente da lì, dove tutto era morte e distruzione. Tutti e quattro ci dirigemmo verso il Duomo, ritenuta zona sicura: non possono bombardare la Piazza dei Miracoli, pensavamo. Passando per via Roma, davanti alla porta della Caserma del 22° Fanteria, quella dove adesso c’è il 6° REMA (Reggimento di Manovra della Brigata Paracadutisti “Folgore”), c’era l’ufficiale di picchetto con 2 colleghi. Evidentemente non avevano notizie precise, ma apparivano allarmati. Appena videro il mio vestito bianco sporco di sangue, pensando che fossi ferita e notando la condizione di “sfollati” della famiglia, i militari ci chiesero cosa fosse successo, e quando venne loro detto che il quartiere di Porta a Mare era ridotto ad un cumulo di macerie, la sola cosa che seppero dire fu “Non spargete il panico”!

Uscimmo da Porta Nuova e ci dirigemmo dove oggi è via S. Jacopo, mentre allora c’erano solo campi: ma si avvicinava la notte, e bisognava pensare a dove dormire. Mi ricordai di una amica che viveva in centro, vicino a Piazza delle Vettovaglie: andammo da lei, e la prima notte dopo il bombardamento la trascorremmo a casa sua. Una cosa che mi meravigliò molto fu che parecchia gente di là d’Arno non avesse affatto capito che Pisa era stata bombardata. Mi parve incredibile! La mattina dopo tornammo a “casa” e trovammo al lavoro per evacuare i sinistrati alcuni camion messi a disposizione dal Comando del 7° Artiglieria, cha aveva sede alla Cittadella. Altri camion con un tragico carico di corpi disseppelliti, gonfi, informi, senza più aspetto umano, attraversavano ogni tanto Piazza S. Antonio.

Così, dopo avere raccolto il poco che restava delle nostre cose lasciammo la nostra Pisa per il paese natale di mamma a Nord dell’Arno, dove i suoi parenti ci accolsero e ci aiutarono a cominciare la nuova vita di “sfollati”.



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