Gael Genevier e il Pisa: un legame indissolubile nato in un'epoca di sogni accarezzati e svaniti sul più bello. Il regista francese, che ha vestito la maglia nerazzurra nella stagione 2007/2008 in Serie B sotto la guida di Gian Piero Ventura – sfiorando una storica promozione in Serie A nella semifinale playoff contro le Lecce –, per poi tornare qualche anno dopo con una breve parentesi, non ha mai smesso di seguire le sorti del club toscano. Oggi, dopo aver chiuso la carriera da calciatore in Italia, è tornato alle origini: lavora stabilmente nell'area scouting del settore giovanile dell'Olympique Lione, la squadra in cui è cresciuto. Lo abbiamo contattato telefonicamente per fare il punto sulla ricostruzione del Pisa dopo la retrocessione dalla Serie A e sulle dinamiche sempre più complesse del calcio moderno.
A distanza di tanti da quella Serie A sfiorata con la sua generazione, il Pisa ha vissuto recentemente l'altalena della promozione e della successiva caduta dalla massima serie. Lei come hai vissuto questo ultimo periodo da osservatore esterno?
"Lo sai che porto il Pisa nel cuore, quindi lo seguo sempre. Quest'anno sono andato anche a vederli a Torino, ho seguito diverse partite, anche a Milano. La massima serie è difficile: quando ci ritorni dopo tantissimi anni c'è un entusiasmo enorme, ma l'impatto con la categoria è tosto. La società ha voluto confermare gran parte del gruppo che si era guadagnato la promozione sul campo; i ragazzi ci hanno provato e hanno fatto discretamente rispetto alle aspettative, ma giocare per vincere in Serie B è completamente diverso rispetto a giocare per non retrocedere in Serie A. Secondo me andava fatto un mercato un po' differente, anche se capisco la volontà della proprietà di non esagerare, di tenere i piedi per terra e provare a salvarsi con lo zoccolo duro. Purtroppo, anche i nuovi arrivati hanno reso meno del previsto. Quando vinci così poche partite in un campionato diventa complicato salvarti. Nel primo periodo il Pisa ha raccolto meno di quanto meritasse; poi ci sono stati il cambio di allenatore e un mercato di riparazione forzato per correggere una rotta partita male. Eppure, fino a un certo punto, la possibilità di salvarsi c'è stata. Ma se alla fine chiudi il campionato con pochissime vittorie, la salvezza diventa impossibile. Ricordo le ottime prestazioni a Torino o a San Siro contro il Milan: la squadra dimostrava di avere idee, ma a quel livello la differenza la fa chi la butta dentro. Potevi anche avere stabilità difensiva e contenere gli avversari, ma senza gol i punti non bastano".
Ora il Pisa deve ripartire con un nuovo progetto. Lei conosce benissimo sia la Serie A che la Serie B: cosa si aspetta da questo campionato?
"Sono due mondi completamente diversi. Se tra la Serie C e la Serie B il divario può essere colmato a parte qualche eccezione, la Serie A è un altro sport. Immagino che il Pisa abbia l'ambizione di vincere e risalire subito, ed è giusto che sia così. L'errore da non commettere, però, è prendere giocatori reduci dalla Serie A che poi in B fanno fatica, oppure scontenti. Il campionato cadetto si gioca in modo diverso: è più sporco, meno tecnico, c'è meno tempo per pensare. I giocatori di pura qualità a volte faticano. Il mercato va fatto con calciatori vincenti per la Serie B, elementi di categoria".
A proposito di mercato, il Pisa sta trattando anche profili giovani che si sono messi in mostra nell'ultimo campionato, come Marras o Leone. È la strada giusta?
"Sì, ma non ci si può affidare solo ai giovani sperando che si confermino. Devi avere delle sicurezze. Servono giocatori esperti che sanno come si vince la Serie B, gente abituata a giocare per i tre punti ogni settimana. C'è una pressione diversa tra chi gioca per il vertice e chi gioca per non retrocedere".
Secondo lei della rosa dell'anno scorso deve rimanere qualcuno o è meglio azzerare tutto e fare una rivoluzione?
"Dipenderà molto dalla volontà dei singoli. Chi ha assaggiato la Serie A ed è nel pieno della carriera spesso ha mercato e vuole tornarci subito. Se un giocatore ha la testa altrove, secondo me è meglio lasciarlo andare. In Serie B cambia lo scenario: non giochi più a San Siro, vai a giocare a Mantova. Direttore e allenatore dovranno capire subito su chi fare vero affidamento. Se l'obiettivo è risalire, l'esperienza passata deve servire da lezione: per salvarsi in A servono giocatori di quel livello fin da subito, non basta confermare in blocco chi ha vinto la B".
Passiamo a un tema caldo del calcio moderno: i ritiri estivi che iniziano sempre a rose incomplete, una situazione che è diventata la normalità. Lei come la vede?
"È così da tanti anni. Qualche allenatore si lamenta perché quando hai un'idea di gioco la vuoi trasmettere subito, e il ritiro è il momento migliore per inserire i nuovi elementi e lavorare sui concetti. Sarebbe ideale avere la rosa pronta il primo giorno, ma la realtà del calciomercato è diversa. Lamentarsi serve a poco, bisogna adattarsi.»
Anche i tifosi devono armarsi di pazienza e aspettare gli ultimi giorni di agosto?
"Certamente. Molti giocatori che hanno fatto bene in B sperano fino all'ultimo in una chiamata dalla Serie A, magari come seconde o terze scelte. Aspettano le dinamiche della massima serie e, solo negli ultimi giorni, accettano la Serie B, magari scegliendo una piazza importante come Pisa per vincere il campionato. Le ultime due settimane di agosto, dopo Ferragosto, saranno infuocate come sempre. Succederà l'impossibile e usciranno occasioni inaspettate. Il ritiro estivo resta comunque fondamentale per il gruppo: è il periodo in cui si passa più tempo insieme, ci si conosce, si creano le dinamiche di spogliatoio senza la pressione della concorrenza o delle scelte della domenica. Quando inizia il campionato a fine agosto, subentrano i malumori di chi non gioca e gli acquisti dell'ultimo minuto aggiungono complessità alla gestione del gruppo. L'unica vera soluzione sarebbe accorciare la durata del mercato"
Genevier, di cosa si occupa oggi dopo aver appeso gli scarpini al chiodo?
"Quando ho smesso di giocare sono rientrato in Francia per motivi familiari. Avrei avuto l'opportunità di rimanere all'Albinoleffe, la mia ultima squadra, per iniziare un percorso in società, ma avrebbe significato vivere ancora lontano da mia moglie e dai miei figli. Ho fatto una scelta di vita. Da un anno sono entrato a far parte dell'area scouting del settore giovanile del Lione. Quest'anno è stato una sorta di collaudo: ho girato molto per visionare giocatori e studiare gli avversari delle nostre formazioni dall'Under 15 all'Under 19. Ho anche dato una mano sul campo ad alcuni allenatori per sedute specifiche con i centrocampisti, ma d'ora in avanti mi concentrerò esclusivamente sullo scouting. In Italia avevo studiato e preso il titolo da direttore sportivo, ed è una strada che mi affascina. Sono felice di essere rientrato nel club dove sono cresciuto calcisticamente; è un mondo molto chiuso ed è difficile rientrarci quando sei fuori dal giro. Lavoro principalmente con la fascia 17-19 anni, ragazzi che conosco bene perché ci giocavo insieme fino a poco tempo fa. È un'esperienza bellissima".