La fotografia scattata da Confcommercio Pisa sullo stato dei bar nel territorio è chiara e preoccupante. "Il bar è qualcosa che va oltre l'attività commerciale. È incontro, relazioni, condivisioni. Un patrimonio inestimabile e irrinunciabile che deve essere tutelato con ogni mezzo a disposizione" ha dichiarato Federico Pieragnoli, direttore generale di Confcommercio Provincia di Pisa, commentando i dati Fipe presentati al Sigep di Rimini.
Numeri alla mano, il settore ha generato nel 2025 quasi 6 miliardi di visite e un valore di mercato di 23,8 miliardi di euro. Ma nel solo Comune di Pisa, nell’ultimo decennio, i bar sono calati del 22%. In provincia, nel 2025 si contano 18 attività in meno rispetto all’anno precedente, pari a una flessione dell’1,9%.
Un declino lento ma costante, causato anche dal cambiamento nelle abitudini di consumo e dalla crescente desertificazione dei centri urbani. "Parliamo di imprese che si reggono su un equilibrio economico fragile" ha spiegato Pieragnoli.
Il presidente provinciale Fipe Alessandro Trolese ha aggiunto: "Dobbiamo considerare che lo scontrino medio si attesta su appena 4,20 euro, a fronte di un impegno operativo e gestionale quotidiano particolarmente oneroso: un’attività aperta in media 14 ore al giorno e spesso sette giorni su sette". Un sacrificio che molte piccole imprese non riescono più a sostenere.
"Il bar è fatto di piccole imprese radicate nei quartieri, nelle piazze e nei centri storici che lo rendono un pilastro della qualità della vita e dello spazio urbano" ha proseguito Trolese. "Serve necessariamente un punto di equilibrio tra sostenibilità economica e capacità di intercettare abitudini di consumo in rapido cambiamento".
Da qui l’appello di Confcommercio: "L'imperativo è valorizzare e sostenere le attività esistenti, con un occhio di riguardo per quelle storiche" ha affermato Pieragnoli. "Incentivare le nuove aperture con una detassazione totale per 5 anni, decontribuzione sui contratti di lavoro e semplificazione burocratica. Occorre inoltre riequilibrare il peso fiscale che schiaccia le imprese fisiche mentre i colossi dell’online versano prelievi irrisori".