Deve essere approvato anche dalla Camera per diventare legge a tutti gli effetti il nuovo disegno di legge sulla caccia, approvato nei giorni scorsi al Senato. Un testo criticato, non solo dalle opposizioni, ma anche da enti come il Parco di San Rossore e dall'Università di Pisa, che hanno contestato le scelte fatte dal Governo.
"Rappresenta un arretramento nella tutela della fauna selvatica e della biodiversità - ha spiegato il presidente dell'ente, Lorenzo Bani - i pareri della comunità scientifica, gli orientamenti europei e una sensibilità ambientale sempre più diffusa nel Paese impongono un maggiore approfondimento invece di un iter legislativo che mi sembra troppo rapido e compresso nei tempi e nelle audizioni. Ho sempre considerato una parte del mondo venatorio come un compagno di viaggio nella strada della difesa dei valori ambientali, della biodiversità e della conoscenza del territorio. Non serve creare altre contrapposizioni".
"Un aspetto che io ritengo assurdo è la possibilità delle Regioni di discostarsi dalle indicazioni fornite dai pareri espressi dall'Ispra, allargando il periodo di caccia - ha aggiunto - poiché il disegno di legge non è una singola norma ma una legge quadro ampia e complessa che coinvolge la conservazione della biodiversità, il diritto comunitario, le convenzioni internazionali, aspetti gestionali e di sicurezza dei cittadini, sarebbe necessario un dibattito molto approfondito nel solco della direttiva europea in materia".
Parere non certo positivo anche quello di Valentina Serra e Daniela Ciccarelli, referenti Biodiversità per la Commissione per lo Sviluppo Sostenibile di Ateneo. "Ogni intervento che riguarda la fauna selvatica dovrebbe partire da un principio semplice: conoscere prima di agire - hanno affermato - servono dati, monitoraggi, competenze scientifiche indipendenti e una valutazione attenta degli effetti sugli ecosistemi. È un tema che merita attenzione pubblica, perché riguarda non solo la caccia, ma il modo in cui il nostro Paese sceglie di proteggere la fauna, gli habitat e il patrimonio naturale comune".
"Aumentare tempi, spazi e occasioni di caccia non significa automaticamente gestire meglio la fauna - hanno proseguito - in alcuni casi può anzi produrre risultati limitati o difficili da valutare, se non è accompagnato da obiettivi chiari, monitoraggi accurati e una pianificazione fondata su criteri scientifici. Il caso del cinghiale è emblematico: si tratta di una specie molto adattabile, con elevata capacità riproduttiva, favorita da cambiamenti nell’uso del suolo, disponibilità alimentare, trasformazioni degli habitat e cambiamenti climatici. La letteratura scientifica europea mostra che la caccia ricreativa, da sola, non è sufficiente a contenere stabilmente l’aumento delle popolazioni. Questo non significa negare la necessità di interventi di gestione in alcuni contesti, ma distinguere tra controllo faunistico pianificato e ampliamento generalizzato dell’attività venatoria".
"La biodiversità non si tutela aumentando la pressione venatoria - hanno concluso - si tutela con conoscenza, responsabilità e scelte fondate sulla scienza. In un tempo in cui gli ecosistemi sono già esposti a pressioni crescenti, il principio di precauzione non è un ostacolo: è una forma di buon governo del territorio e del futuro".