Nuove tensioni sul fronte urbanistico al porto di Marina di Pisa. Dopo lo stop imposto dal Comune e dalla Soprintendenza alla realizzazione di tre edifici residenziali in via Barbolani, Namira, la società subentrata dopo il fallimento di Boccadarno, ha rilanciato la propria strategia con una proposta che torna a far discutere. L’azienda ha infatti presentato, a ridosso delle festività natalizie, un nuovo contributo al Piano Operativo Comunale con cui chiede di cambiare radicalmente le destinazioni previste su due aree specifiche.
Nella Umi 5, in particolare, si punta ora alla costruzione di una grande struttura ricettiva da 6800 metri quadri, con destinazione alberghiera e turistico-alberghiera, al posto dei 4900 metri quadri residenziali precedentemente previsti. In parallelo, sulla Umi 12, si chiede di introdurre nuove funzioni private – da ambulatori a centri congressi, da impianti sportivi a esercizi di somministrazione – per circa 2000 metri quadri. A questo si aggiungono anche richieste di aumento delle altezze e lo stralcio di una parte dell’area che era stata destinata a standard da cedere al Comune.
"È evidente l’operazione al rialzo di Namira", ha scritto in una nota Ciccio Auletta per Diritti in Comune, "che punta tutto su una maxistruttura turistica per aumentare la redditività dell’intervento dopo lo stop al residenziale. Siamo di fronte all’ennesima colata di cemento, che oggi come venti anni fa è insostenibile".
Secondo Auletta, il nuovo piano ripropone una logica di sfruttamento intensivo del territorio che non tiene conto né delle fragilità ambientali del contesto – all’interno del Parco di San Rossore – né della necessità di ripensare il litorale con funzioni pubbliche e sociali. "È il solito modello che consuma suolo e produce lavoro precario. Prima c’era la favola del residenziale, ora quella del grande albergo internazionale".
La proposta di Diritti in Comune è chiara: cogliere l’occasione del nuovo Piano Operativo per cancellare definitivamente le ipotesi speculative e aprire a una ripianificazione che preveda verde pubblico, servizi, spazi sociali e una vera connessione con l’abitato esistente. "Solo così – ha ribadito Auletta – si può parlare davvero di riqualificazione del litorale".