Una banca clandestina al servizio dei traffici di droga e dell'immigrazione illegale: è di 41 misure cautelari eseguite anche all'estero e 150 poliziotti in campo il bilancio della maxioperazione scattata stamani alle prime luci dell'alba, coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Firenze e che ha visto protagonisti gli investigatori del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato e della squadra mobile di Prato.
Le misure cautelari personali hanno portato 17 persone in carcere, mentre 16 sono state collocate arresti domiciliari. A queste misure si aggiungono 8 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria. Gli indagati sono stati raggiunti un po' in tutta Italia, prevalentemente in Toscana nelle province di Prato, Pistoia e Pisa, ma anche in vari paesi esteri, in particolare in Spagna.
Sono stati eseguiti anche sequestri per un valore superiore ai 60 milioni di euro nei confronti di 27 indagati.
Le persone coinvolte - di nazionalità italiana, cinese ed albanese - sono ritenute gravemente indiziate a vario titolo di associazione a delinquere, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina di cittadini cinesi.
Tre le organizzazioni individuate dagli investigatori:
- un'associazione per delinquere aggravata dall'agevolazione mafiosa e dalla transnazionalità, finalizzata al riciclaggio, al reimpiego di capitali provento illecito commercio di droga e attività bancaria abusiva
- un’associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti
- un'associazione per delinquere finalizzata a favorire l'ingresso illegale in Italia di cittadini cinesi.
Tutto sulle indagini
L'attività d’indagine, diretta e coordinata dalla procura distrettuale di Firenze, ha portato a scoprire un gruppo organizzato al cui vertice ci sarebbe un cittadino cinese a Prato ormai da anni, operante almeno dal 2021 in Italia e in Europa fra Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Belgio e Olanda, con schemi seriali e dislocazioni in varie località.
L'attività consentiva a varie organizzazioni criminali dedite al traffico di droga e di stampo mafioso di "effettuare pagamenti internazionali delle partite del narcotico commercializzato senza necessità di ricorrere ad alcuna movimentazione fisica del denaro e, pertanto, senza alcuna tracciabilità dello stesso, così assicurando l’anonimato dei pagamenti e la non immediata riconducibilità degli stessi agli acquirenti", spiega in una nota la questura di Prato.
In pratica si sarebbe trattato di una banca illegale con base logistica a Prato che avrebbe movimentato denaro con la modalità di tradizione islamica chiamata hawala, nota in Cina con la variante chop-shop e che prevede intermediari i quali trattengono una commissione.
"Trattasi di meccanismo che consente di trasferire virtualmente il denaro, senza trasportare la somma dal mittente al destinatario, da un paese all'altro", spiegano gli investigatori.
La rete dei collaboratori è risultata vasta e in grado di far da cerniera fra criminalità italiana e straniera, con una movimentazione connessa al narcotraffico e ai reati fiscali stimata in 80-100 milioni di euro annui, per tre anni di esercizio criminale.
Non solo droga
Oltre alle partite di droga, la banca illegale assicurava servizi anche nelle transazioni a nero di merce tra aziende cinesi tramite una fitta rete di raccolta del denaro 'a domicilio'. I corrieri-collaboratori viaggiavano su tratte nazionali ed estere incontrando "referenti di varie organizzazioni criminali, sia di stampo mafioso che albanesi, dedite al traffico di stupefacenti, al fine di ritirare da questi ingenti somme di denaro contante".
Il trasporto avveniva in auto con doppiofondo fino a Prato, dove i contanti venivano consegnati quale corrispettivo di capi d'abbigliamento consegnati prevalentemente in Spagna.
E poi c'è l'aggravante dell'agevolazione mafiosa, ravvisata in quanto la banca illegale avrebbe agito "al fine di agevolare l'attività di organizzazioni di stampo mafioso", in particolare un clan leccese frangia della Sacra Corona Unita, una 'ndrina e un clan campano.
Nel corso delle indagini è emersa poi la componente albanese delle organizzazioni, in particolare un indagato operante in Toscana con una struttura a sé.
L'immigrazione illegale
C'era un'attività parallela: l'organizzazione dell'ingresso illegale in Italia di cittadini dalla Cina, che avveniva facendo passare le persone dalla Serbia, paese d'approdo europeo non appartenente all'area Schengen e che non richiede il rilascio di visto di ingresso per cittadini cinesi.
Una volta a Belgrado, gli immigrati cinesi venivano accolti presso strutture ricettive gestite da connazionali e poi trasportati in auto in Ungheria, costretti anche ad attraversare alcuni tratti di montagna a piedi fino all'interno dell'area Schengen.
A quel punto i migranti recuperati in Ungheria venivano condotti in Italia attraverso la Slovenia, con destinazioni finali a Prato, Torino e Somma Campagna. "Il sistema illegale, attuato con spregiudicatezza poiché i migranti erano talvolta esposti a elevato pericolo per la loro incolumità, consentiva di lucrare per ogni singolo migrante la somma di 9.500 euro".