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giovedì 13 dicembre 2018

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Lettere

di Marco Celati - lunedì 30 ottobre 2017 ore 08:00

Caro amico,

ti scrivo, ma non come dice la canzone, così mi distraggo un po’. È perché questa tristezza mi uccide e per ingannare il tempo, ammesso che il tempo si lasci ingannare.

Non ho niente di particolare da dirti se non che sono sempre il solito, sempre io. E tutto credo giri intorno a me. Tutto quanto di negativo o positivo la vita può offrire.

Te, come va? Spero che questa mia ti trovi bene, come si scriveva un tempo. Comunque in salute e così famiglia e affetti.

Tanto tempo è trascorso dall’ultima volta. Quell’ultima cena di miscredenti. Non spezzammo il pane, ma vino ne bevemmo. E ci fu perfino chi tradì e chi prese una brutta strada. Non ricordo più nemmeno quanti anni fa, la memoria ci abbandona e se ne frega di noi. Siamo destinati a dismemorarci, condannati all’oblio. Ma, in fondo, meglio una dimenticanza immemore di un cattivo ricordo.

Siamo stati una generazione rivoluzionaria, sessantottini, volevamo cambiare il mondo e dal mondo alla fine siamo stati cambiati. Sognatori, ma non credo così diversi da chi è venuto prima e da chi seguirà. Siamo passati dall’autunno caldo del movimento operaio e studentesco che portava le lotte sociali a quello della zanzara tigre che porta la chikungunya. L’autunno sempre caldo è, ma non avevamo messo la natura nel conto. Queste cose si dicono con gli anni ed è scontato dirle. Anche se non credo che dirle porti bene. Forse peggio non dirle, però. Che dici?

A volte penso che siamo sopravvissuti o spiaggiati come balene, noi che abbiamo attraversato il secolo. Diversi se ne sono andati e li abbiamo pianti, facendo i debiti scongiuri con l’elaborazione del lutto e ricordandoli come migliori. Il bardo inglese diceva che tutti gli uomini sanno dare consigli e conforto al dolore che non provano. E anche quando lo provano, posso aggiungere. A volte ci parlo, con i miei morti o li sogno: familiari e amici. Mi prendo una confidenza che, loro vivi, non avevo. Con questa malinconia che circonda la vita. Non mi dicono niente, come io niente dico a loro. Ci guardiamo, si parla di nulla, più spesso è silenzio. È solo così, per affetto, per ricordare un volto, una frase, un qualcosa che è stato, prima che tutto svanisca con noi.

Ho saputo che scrivi. Storie. E ne ho lette, sei bravo. Complimenti. Io non sono capace, mi sembra di non aver niente da dire o assai poco, che non valga la pena. Penso che si può scrivere fra tutti, per tutti e nessuno, in fondo. Forse per sé. Si può scrivere e ignorare, essendo ignorati. È incredibile come si possa essere soli tra tanti che ti conoscono o dicono di conoscerti bene, d’averti sempre conosciuto, perfino di esserti amico. Che amico, lo sai, sono parole grosse. E le parole le porta via il vento, come i ladri le biciclette. Due me ne hanno fregate, maledetti!

Non è solo questo vizio e questo vezzo di commiserarsi o schermirsi. È che ho avuto successi e poi le cose sono andate. A volte qualcuno per strada ti saluta, ti fa un complimento di circostanza, altri ti sparlano dietro e si fanno sentire. Agli uni e agli altri mi verrebbe da dire, come in quella canzone: scusami non so di cosa stai parlando, sono qui con le mie buste della spesa, lo vedi, sto scappando, se credi di conoscermi non è un problema mio, guarda come sta piovendo, guarda che ti stai bagnando, guarda che ti stai sbagliando, guarda che non sono io.

Perché c’è un tempo per salire e uno per scendere. E spesso non si è preparati per la prima, come per la seconda cosa. Soprattutto per la seconda. Ecco, tornassi indietro penserei più alla caduta. Le cadute vanno evitate e semmai sapute fare e per questo, per saperle fare, vanno preparate in tempo. Da giovani bisognerebbe esserlo pensando anche a quando non lo saremo più. Una casa, un reddito, una pensione adeguata. E chissà se i giovani di oggi, nostri figli o nipoti, potranno avere questa aspettativa che noi ci siamo permessi persino il lusso di sprecare.

Non possiedo niente e niente mi possiede. Solo talvolta, quando, come stasera, questo giorno piovorno finisce, ripenso all’amore. L’amore è uno stato di grazia e non c’è niente di più esaltante e precario degli stati di grazia. Ho visto un film in cui il protagonista dice che a volte se ami qualcuno gli devi essere estraneo. Sono frasi un po’ a cazzo che possono essere vere. O verosimili, proprio come il cinema. Qualche volta nella mia vita è stato così.

C’è un sentimento nelle cose o un significato. Davvero una rosa è una rosa e diversamente non si può chiamare? Non è una disputa sul nome o sulle cose, ma sui sentimenti. Penso, ma più che pensare sento, che nelle cose, dentro, ci sia un sentimento, un’anima nel mondo. Per questo guardare un paesaggio ci commuove e un’ingiustizia ci indigna e ci addolora. Perché è il senso delle cose che ci muove e ci fa vibrare. Come il vento fa con gli alberi e le foglie. La coscienza di essere che è dentro di noi, perché anche noi siamo le cose. Temo che, al di là di ciò, non grande senso abbia la vita. Dalla nascita alla morte. E invece è valso viverla per questo. E questo mi sembra di sentire, anche quando sono solo o sento che lo sono.

Questo mondo ha un’altra velocità di quando noi siamo venuti al mondo. Saranno barbari i posteri, ma sono maledettamente veloci, accidenti a loro. Ha una ragione e anche un senso il progresso: solo che sia più giusto e per più di quanti in genere si dispone che sia. E che stia in accordo con questa Terra. Così potrà portarci nello spazio, alla ricerca di altri o di noi.

Io per me circondo la casa di orologi. Come ci diceva un vecchio e saggio comunista, a proposito dei comunisti, battono discordanti, non segnano lo stesso tempo. Danno al mio ritardo meno certezza e gravità. Non sono più comunista e sto parecchio in casa. Quando esco, indosso le mie giacche intramontabili, corro, mi invento una fretta che non c’è. Sono ormai un anziano con fragilità cognitive. Per non parlare della prostata.

Siamo stati la politica, ci abbiamo creduto. Oggi prevale il sovranismo, nazionale o popolare. Oltretutto assoluto. Non mi piace né l’uno, né l’altro, amico mio, e te ne metto in guardia. In nome delle nazioni e del popolo si sono commesse anche ignobili nefandezze e atrocità. Preferisco una classe dirigente, eletta, che non chiamo oligarchia, come gli antichi greci e qualche intellettuale. Chiamo classe dirigente, così e a queste condizioni posso parlare di democrazia. E preferisco sentirmi un continente e non solo un’isola. Pensare che adoro le isole, le penisole e mi sento proprio italiano! Ma preferisco un Paese, non una piccola patria. Perché amo l’umanità, è solo la gente che non sopporto.

Stai bene. E troviamoci qualche volta! Un giro di pizza, un caffè. Prima che sia tardi. Il tuo amico

Marco

__________

Caro amico,

ti leggo e mentre leggo, in risposta alla tua, come si diceva un tempo, rivango. No, non il campo e nemmeno l’orto, che casomai facevo con il motocoltivatore. Rivango il passato, che ultimamente mi viene anche bene, specie se si tratta del passato degli altri, quello scritto sui documenti, che poi son sempre monumenti, come dicevano i francesi. L’altro giorno ho trovato il passato al funerale di un altro comune amico, grande per amicizia e per stazza. Lì ho incontrato altri amici, altri compagni, con i quali mentre si aspettava il feretro abbiamo rivangato insieme.

Ho avuto una sensazione diversa dalle volte precedenti, la vecchiaia fa brutti scherzi, ma non è stata una cattiva sensazione, anzi. C’era un po’ tutta la mia vita in quella miscellanea di persone, l’asilo, l’infanzia, l’adolescenza, la politica, anche un po’ di pallavolo. Tutti intorno ad una bara a commentare che, ahimè, ci si trova solo in queste occasioni. Ed allora magari duri fatica a riconoscere uno che ti saluta oppure saluti uno che a fatica riconosce te. Ma ho percepito che questo passato, a volte piacevole e a volte ingombrante, gioca onesto, non bara. Mi è venuto da coniare un detto, un proverbio: oltre che in vino, anche in passato… veritas. Tutti siamo cambiati, ma non tutti nello stesso modo, e quando trovi che quelle tre cose che avevi nella mente, nei desideri, nelle aspettative, son rimaste patrimonio comune, non è male. Ti vien quasi da pensare con presunzione che magari qualcosa di bono c’è ancora. Pochissimo s’intende, ma qualcosa c’è rimasto.

Il passato fa le lastre a tutti, e qui si vede chi ha fumato, come diceva Puce che il giorno delle radiografie a scuola non si presentò perché aveva paura che lo scoprissero.

Altre volte ho incontrato vecchi compagni, vecchi amici, che fanno fatica a salutare e qualcuno anche a riconoscere. Non me ne sono avuto a male, come diceva la mi’ nonna, ho avuto solo un po’ di senso di miseria.

Il passato, poi, essendo figlio del tempo è ovviamente anche lui galantuomo e, appunto passando, lascia tracce, piste, segni che, pur affievolendosi, rimangono e permangono. Allora se impari a leggere, ti si aprono storie tendenzialmente infinite, e da Bastian puoi diventare Atreyu.

Il passato lo si legge meglio in vecchiaia, perché la presbiopia ci costringe ad allontanarci un po’ dall’oggetto osservato. Allora magari si notano cose che da troppo vicino ci sfuggono.

Il passato è come un quadro impressionista-macchiaiolo, che da vicino ti pare un accumulo di pennellate casuali, che però ti restituiscono il respiro dell’opera, se ti piazzi alla giusta distanza.

Il passato poi ha un altro vantaggio, è immutabile! La linea del tempo, almeno per la nostra breve permanenza terrestre, non ne ha mai voluto sapere di cambiare verso. Al limite può dare l’impressione di rallentare, ma mai quella di invertirsi. E allora forse il passato può diventare quel centro di gravità permanente che però al contrario delle aspirazioni battiatesche, possa proprio far cambiare idea sulle cose e sulla gente.

Insomma, caro amico, il passato mi piace, a partire da quello di verdura che facilita l’assunzione di alimenti fondamentali a chi non ha più denti da leone. Non mi ci rifugio, ché a me ogni chiusura sta stretta, come la muta da sub al Mago buonanima. Non lo mitizzo perché odio i talebani e i talebanismi, da qualunque parte provengano, anche quelli di casa mia. Lo apprezzo pacato e lo leggo interessato, alla ricerca di conferme e/o smentite, perché credimi, riserva più sorprese il passato, del presente e del futuro messi insieme.

L’altro giorno in archivio a Livorno, parlando con un paio di discrete assistenti di sala, ho detto che in mezzo alle vecchie carte ci stavo benissimo, quasi meglio che in… altre attività, insomma mi capisci. Anche loro avevano capito il mio accenno libertino e si espressero con un “Oohh…!” di profonda meraviglia e delusione, verso un così distinto signore, ancora piacente (Narciso ‘un more mai). Al che mi corse l’obbligo di puntualizzare: “Ho detto… quasi!” che produsse un “Aahhh.. “ di sollievo per il recupero avvenuto. Ergo, amo il passato, ma anche una pastasciuttina fatta bene non mi disgarba.

Ti saluto, caro amico e torno a rivangare fra le carte, sperando di non trovare troppi sassi, che sbattendo nella lama, allentano il pallonzolo.

Ubaldo

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Gli estensori di questo carteggio, che riporto fedelmente, sono il sottoscritto e l’amico di tanto tempo, Ubaldo. Al secolo Ubaldo Fimini, professore in pensione e scrittore in attività.

Le canzoni citate sono “L’anno che verrà” di Lucio Dalla e “Guarda che non sono io” di Francesco De Gregori. Il film è “Blade Runner 2049”. Il saggio era Renzo Remorini. Il disegno della balena spiaggiata è dell’autore.

Pontedera, 18 Ottobre 2017

Marco Celati

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