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Lunedì 23 Marzo 2026

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​Il viaggio finisce qui ?

di - Lunedì 23 Marzo 2026 ore 08:00

L’unica regola del viaggio è non tornare come sei partito. Torna diverso. (Anne Larson)

Niccolò Viale

Sentieri instabili

Dalla seconda di copertina:

Sentieri instabili è un viaggio interiore, raccontato con la voce sincera e lucida di chi ha scelto di mettersi in cammino senza sapere davvero dove stava andando.

In questo memoir emozionale l’autore intreccia le tappe del Cammino di Santiago a quelle più incerte e dolorosamente autentiche della crescita, affrontando il tema del dolore, della solitudine, dell’amore e del lasciarsi andare.

Ogni capitolo è una riflessione che nasce dalla strada, ma parla direttamente al cuore del lettore.

Con uno stile intimo, l’autore trasforma ogni passo in una metafora dell’esistenza, dalle “scarpe” che ci spingono a iniziare, fino agli “ultimi chilometri” che sembrano insostenibili ma rivelano chi siamo davvero.

Riporto per intero la mia postfazione a questo libro.

Nell’incipit della poesia “Casa sul mare”, Montale scrive:

Il viaggio finisce qui

Nelle cure meschine che dividono

L’anima che non sa più dare un grido.

In questo componimento Montale riprende il motivo del viaggio, tipico di tanta letteratura decadente e novecentesca, ma ne offre un’interpretazione del tutto personale: il viaggio è giunto alla fine, arrestandosi nell’immobilità della vita e del tempo. L’anima è morta, in quanto non sa più dare un grido.

Ma il paradosso consiste nel fatto che la vita continua nell’implacabile monotonia delle sue “cure meschine”; il viaggio non è finito, ma, a ben vedere, non è neppure mai cominciato, se si attribuisce a questo motivo, la possibilità di modificare la situazione di partenza, arricchendola di nuove prospettive e acquisizioni.

Ed è proprio da qui, dalla fuga delle “cure meschine” e da una quotidianità monotona che inizia il sentiero instabile di Niccolò Viale, l’autore di questo originalissimo libriccino e il diminutivo va preso come un vezzeggiativo, s’intende, un pamphlet che contiene informazioni su un argomento specifico (il cammino verso Santiago di Compostela) ricco di riflessioni esistenziali e filosofiche e allo stesso tempo un’utile guida di sopravvivenza. Così ce lo presenta l’autore:

È un diario emotivo, un cammino tra i vent’anni, tra le domande, tra le paure e le piccole gioie che rendono la vita sopportabile — e a volte anche bella.

Ci troverai dentro la mia strada, ma forse anche un pezzo della tua.

Ci sono pagine che parlano di pesi che non servono, di vesciche che fanno crescere, di incontri che cambiano tutto, di arrivi che sembrano fini ma sono solo l’inizio.

Il narratore, uscito da poco da una relazione non troppo felice, ancora inserito in una gabbia domestica che non lo rende autosufficiente e anzi è piuttosto frustrante, ha deciso di dare una svolta alla sua vita e lo fa, partendo dalla base, sì proprio dalla base, cioè i piedi e di conseguenza le scarpe, scarpe che presuppongono un cammino e qual è il cammino per antonomasia? Quello che porta a Santiago de Compostela ça va sans dire.

Paulo Coelho ne “Il Cammino di Santiago” descrive una parabola sul bisogno di ognuno di trovare la propria strada nella vita e conferirle un significato autentico, risultato che è possibile raggiungere solo attraverso il superamento di alcune prove e la progressione lungo il nostro personale percorso di crescita ...

Ecco, è a questo bisogno che il protagonista di questa storia cerca di dare un senso.

Le scarpe, quindi; ma per un viaggio.

L’altro elemento essenziale è dato dallo zaino ed ecco che questo oggetto diventa metafora di ben altro:

All’inizio pensi sempre che lo zaino sia abbastanza grande. Poi inizi a togliere cose. E nella vita è lo stesso. Solo che le cose che mettiamo dentro lo zaino personale non sono felpe o libri: sono paure, aspettative, responsabilità, promesse. Sono versioni di noi stessi che vogliamo difendere. O che pensiamo di dover difendere per essere amati. Se io oggi dovessi svuotare lo zaino della mia vita ci troverei dentro le cose migliori di me. Ma anche le più pesanti: l’empatia, l’ascolto, la fedeltà verso le persone. (…) Mi pesa il pensiero che, se smetto di prendermi cura degli altri, sto tradendo me stesso.

Queste ed altre riflessioni, in una sorta di flusso di coscienza ininterrotto sono le considerazioni del viaggiatore che si concentra sul cammino perché è il Cammino, altra grande metafora della vita, che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare e ci arricchisce mentre lo percorriamo, perché, come scrive Coelho : “Si scorge sempre il cammino migliore da seguire, ma si sceglie di percorrere solo quello a cui si è abituati”

Ma, in questo, Niccolò, il narratore, trasgredirà e proverà a seguire anche percorsi meno agevoli.

Come non pensare, a questo proposito a quei versi stupendi de “Il viaggio” di Baudelaire:

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!

Andiamo, certo, ma non è così facile

C’è un attimo preciso, in cui ti fermi. Non perché hai fame. Ma perché davanti a te si aprono due sentieri. Nessun cartello. Nessuna freccia gialla. Solo bosco. Terra battuta. Rumore di foglie. E te. Perché la verità è che ti fermi così anche nella vita . quando qualcosa dentro comincia a non funzionare più. Quando un giorno ti svegli e senti che la strada su cui sei non ti parla più. Ma non ne hai un’altra da seguire. Hai solo due sentieri, nessuna indicazione chiara e il panico che ti sale in gola. Io davanti a quel bivio ci sono arrivato tante volte. Voglio scrivere di quando l’ho incontrato non su un sentiero, ma dentro una relazione.

Ed ecco, allora che il bivio diventa metafora di un disagio esistenziale che detta le sue regole:

Solo boschi, silenzio e un leggero senso di smarrimento che cresceva a ogni passo. Mi fermai, aprii la mappa. Mi resi conto che, per tornare indietro avrei dovuto rifare dieci chilometri. Per andare avanti, invece, me ne aspettavano almeno trenta in più con il rischio di non trovare un ostello per la notte. Era un momento da “scelta giusta”. Io, però, per una volta, scelsi il contrario. Non tornai indietro.

L’idea di tentare l’ignoto, l’ebrezza di infrangere una regola, funzionano quasi come micce che innescano un incendio emotivo, un incendio che brucia i residui di una relazione finita male e apre un varco verso nuovi orizzonti, anche se sconosciuti. Verso sentieri instabili, come recita il titolo, soggetto a repentine alterazioni e variazioni, altalenante, incerto, precario, variabile.

Mi è venuta in mente, a questo proposito, una poesia di Robert Frost, “La strada non presa”

Due strade divergevano in un bosco giallo,
e dispiaciuto di non poterle entrambe percorrere,
essendo un unico viaggiatore, a lungo ho sostato
e ne ho osservata una, giù, più lontano che potevo,
fino a dove curvava nel sottobosco;
poi ho preso l'altra, ché andava altrettanto bene
e vantava forse migliori ragioni,
perché era erbosa e meno calpestata;
sebbene, in realtà, l'andirivieni
le avesse più o meno ugualmente consumate.
E entrambe si distendevano quel mattino
tra foglie che nessuna orma aveva annerite.

Ne “Il canto del viaggiatore” Walt Whitman descrive l’atto del viaggio non come una fuga, ma come un’affermazione di vitalità, libertà e autosufficienza.

E, in realtà, anche il viaggio di Niccolò diventa simbolo di un viaggio interiore, dove l’io si muove con fiducia verso l’ignoto, abbracciando l’esperienza e l’incontro con se stesso e con gli altri. Tutti quelli che Niccolò incontrerà lo stupiranno per l’alto tasso di umanità e generosità di cui sono portatori:

Ho camminato con molte persone. Ma con alcune, anche se le vedi per poco, succede qualcosa di strano: le riconosci. Non perché vi assomigliate. Ma perché quella persona, appena entra nella tua vita, sembra ricordartela. Come se ne avesse letto già qualche pagina

E’ una sorta di rispecchiamento quello che descrive Niccolò: conoscere nell’altro i tuoi limiti, le tue paure sviluppando fiducia in te stesso, capacità di adattamento, senso del limite.

Il cammino, grazie anche alle vesciche che si creano, ai crampi, ai vari dolori articolari impone il suo ritmo, la sua grammatica del movimento e anche qui scatta di nuovo una metafora: nella vita c’è bisogno di fermarsi ogni tanto, di rallentare.

Rallentare non è solo andare piano. E’ smettere di correre anche dentro. E’ lasciare che le cose si mostrino per quello che sono, senza volerle migliorare, senza volerle cambiare. E’ sedersi con se stessi, anche se fa un po’ paura.

E qui si entra nei territori dello Zen. Qual è il motto dello Zen?

“La cosa più difficile è conoscere se stessi (ma lo diceva già Socrate). Per essere creativi bisogna scegliersi, mollare gli ormeggi, liberarsi”.

E infatti la vera ricchezza del viaggio non risiede solo nella destinazione, ma nel modo in cui lo si vive. Essere viaggiatori consapevoli significa coltivare l’esperienza interiore e l’apertura all’imprevisto.

E, non a caso, ecco cosa scrive Niccolò:

Perché il viaggio non finisce davvero mai. Ogni traguardo è un bivio. Ogni arrivo è una partenza. Il viaggio non finisce qui.

Vorrei concludere, citando quello che Sant’Agostino scriveva sul viaggio.

La frase più celebre di Sant’ Agostino sui viaggi è “il mondo è un libro e chi non viaggia ne legge solo una pagina”

Sant’ Agostino intendeva dire che il viaggio arricchisce la persona, permettendole di scoprire nuove culture, incontrare persone diverse ed ampliare i propri orizzonti. Senza viaggiare si rimane confinati a un’unica prospettiva, come se si leggesse solo la copertina di un libro senza scoprirne il contenuto.

Ebbene, Niccolò, con questo libriccino si è mosso in un territorio, quello del viaggio, frequentato dai grandi della letteratura, si pensi solo a Omero, Dante, Petrarca, Campana, Kerouac e la lista sarebbe infinita, ma lui ha disegnato con una scrittura elegante e precisa, ricca di riflessioni esistenziale e filosofiche , affiancate a note più prosaiche legate alla sopravvivenza, un suo percorso introspettivo, utilizzando il cammino in funzione apotropaica per liberarsi da vincoli e tabù, da un’ omologazione in cui non si riconosceva più e spezzare le catene che lo tenevano legato a una zona confortevole in cui non si sentiva più a suo agio.

E questo per lui, credo, sia solo l’inizio per la ricerca di una identità rinnovata dall’esperienza e dalla meditazione che, a volte, solo la solitudine, ma anche l’incontro con altri, possono darti, indicandoti la strada, la tua strada.

Perché, come dice Anne Larson: “L’unica regola del viaggio è non tornare come sei partito. Torna diverso.”


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