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LA BIBLIOTECA DI BABELE — il Blog di Francesco Feola

Francesco Feola

Francesco Feola, cilentano di Ascea, da anni è emigrato a Pisa (per studio, per amore, raramente per soldi), dove si è laureato in Lingua e Letteratura Italiana, e dove ora è Dottorando di Ricerca in Studi Italianistici. Legge tanto e talvolta scrive qualcosa che lo soddisfa, strimpella una vecchia chitarra classica e come mentore di Pisa CoderDojo cerca di insegnare ai bambini a programmare.

Il teatro (e il cinema) di Toni Servillo

di Francesco Feola - martedì 10 maggio 2016 ore 13:01

La carriera teatrale di Toni Servillo, dalla post-avanguardia degli anni Settanta e Ottanta fino all’interpretazione dei classici, dal Filottete, passando per Molière, fino a Eduardo De Filippo, ripercorsa nell’ultimo libro di Anna Barsotti, Il teatro di Toni Servillo. Con dialogo (Titivillus, 2016).

Diviso in due parti, la prima riguarda il Servillo attore, la seconda il Servillo regista. Ma, a dispetto del titolo, nel libro non si parla solo di teatro: la prima parte, infatti, con l’andamento proprio di un racconto teatrale, indugia anche sul cinema di Toni Servillo, nonostante che Anna Barsotti ne rivendichi innanzitutto la personalità di attore teatrale. E a proposito del titolo, lo stesso Servillo tiene a precisare che “io in realtà non ho mai detto che c’è un mio teatro, così come invece esiste il teatro di Eduardo o di Leo de Berardinis”.

Nel libro c’è il repertorio degli spettacoli di Servillo, le sue regie dei vari Eduardo, Raffaele Viviani, Enzo Moscato, ecc., e la ricostruzione degli spettacoli. “Credo che sia necessario creare la memoria – sostiene Anna Barsotti – in particolare degli spettacoli di Servillo, e spero che leggendo il libro si possano rivedere questi spettacoli, a partire da Zingari, che non si trova certo in versione video!”.

Il volume è stato presentato lo scorso 5 maggio a Pisa, nell’aula magna del Polo Carmignani, con l’autrice, professore ordinario di Discipline dello Spettacolo presso il dipartimento Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa; con Carlo Titomanlio, ricercatore dello stesso dipartimento che ha curato un capitolo sulle scelte scenografiche e le regie liriche; con Cesare Molinari, professore emerito dell’Università di Firenze, storico del teatro e autore della prefazione. E soprattutto con Toni Servillo, che ha incantato il pubblico, composto per la maggior parte da studenti universitari, e accorso numerosissimo per incontrare e ascoltare l’attore e regista casertano. Vorrei quindi soffermarmi su alcuni passaggi del suo intervento.

Attore militante. Fin dalle prime pagine del libro viene fuori che Toni Servillo non vuole essere definito artista, ma piuttosto interprete. Meglio ancora, “attore militante”, per usare le sue stesse parole. “Ho scritto pochissimo nella mia vita, mai una poesia, mi limito a stento a interpretare”. Spazia dall’interpretazione teatrale a quella cinematografica, dalla sceneggiatura alla regia teatrale, dal doppiaggio fino agli audiolibri. “Ma la mia – spiega – è una continuità con una sua coerenza interna al servizio di ambiti e personaggi diversi”. Militante “e soprattutto – continua – indipendente, al punto che nel mio modo di relazionarmi al mestiere posso dire no a tante cose e sì a determinate altre. Questa è una manifestazione di libertà”.

Due anime. Appena uscito il suo ultimo film, Le confessioni, per la regia di Roberto Andò, Servillo ha raccontato il suo diverso rapporto col teatro e col cinema. E, tra le due anime, si capisce chiaramente quale predilige: “Parlo molto di teatro, poco di cinema, anche se lo amo fare”. A cinquantasette anni ha realizzato venti film, e 1200 commedie solo negli ultimi tre anni. “Non ho mai fatto televisione; ma, e lo dico senza snobismo, solo perché non è mai arrivato un progetto che mi convincesse”. E ancora: “Parlo molto di teatro perché capisco nel quotidiano qualcosa che riguarda profondamente il mio mestiere, ossia trasmettere al pubblico quello che ho capito, di Amleto o di Tartufo, anche se un attore non è né Amleto né Tartufo”. Inoltre, perfetta sintesi del Servillo pensiero, “se l’applauso dopo lo spettacolo a teatro è moscio, quella frustrazione resiste più a lungo della gioia per aver vinto un oscar (che poi, l’ha vinto Sorrentino, non io!)”.

La voce. Secondo Barsotti, Servillo è favorito dal primo piano, perché ha un viso comune, che non ha in sé particolarità. Insomma, non è né un Totò né una Greta Garbo, né un volto macchietta né un volto immobile. Lui è tutto meno che immobile, ma solo se lo vuole, e basti pensare all’impassibilità espressiva nel film Le conseguenze dell’amore. Su quest’aspetto, però, Servillo non è del tutto d’accordo. “La faccia? Io dico la voce, lo strumento che prediligo nel capire e interpretare questo meraviglioso caos che è il teatro. La voce è l’oggetto più misterioso di un attore, l’unico in grado di testimoniare la sua esperienza più intima del mondo. E questa cosa è tutta del teatro, non solo nel teatro di prosa, ma anche e soprattutto nella lirica. La voce, nuda, senza microfono (tante persone si meravigliano del fatto che recito senza), è il vero mistero del teatro”.

Triangolo amoroso. Tra i meriti del libro, secondo Servillo, il focus sull’idea dell’attore come interprete che si nasconde nel testo, come testimone per comunicarlo al pubblico. “Il teatro continua a essere un luogo in cui lo spettatore si sente all’interno, compreso nella scenografia, è il drammaturgo della serata, partecipa in un certo senso alla messinscena. La comprensione di un accadimento teatrale è un evento che turba, una reazione erotica tra spettatore e attore, e nel mezzo c’è il testo, una sorta di triangolo amoroso in cui l’attore è il marito, il quale strizza l’occhio al pubblico che è l’amante, mentre il testo è la moglie”.

Verosimiglianza. “Pur mantenendo separati il momento della vita da quello della rappresentazione, sul palco c’è qualcuno che vive insieme allo spettatore. E vi è bisogno della disponibilità del pubblico ad accettare questa cosa, insieme alla condizione della verosimiglianza, ossia partire dalla condizione di realtà per andare oltre, per poi ritornare alla realtà, nel senso che l’atto drammaturgico, seppur verosimile, accade realmente!”.

La magia. “Anche se a Servillo non piace questa definizione – persiste Anna Barsotti – io lo chiamo ‘attore-autore’, ma non autore nel senso di scrittore, bensì autore dei suoi spettacoli”. Tuttavia Servillo non si lascia lusingare: “Continuo a non considerarmi autore, ma continuo a guardare a quegli attori che sono stati autori nel senso che dice Anna, come Leo De Berardinis, Eduardo Cecchi, e Volonté nel cinema”. Questi, quindi, i maestri cui s’ispira nel suo mestiere di “attore militante”. E questa, infine, la sua idea di teatro: “Io amo il teatro che propone le cose piuttosto che dare opinioni, quello che dovrebbe fare l’arte in generale per aiutarci a orientarci meglio nella complessità dell’esistenza. Il teatro, quando è teatro, provoca la straordinaria vertigine di esistere, quel gioco della vita che ci dà l’illusione di esistere, e che è la vera magia del teatro”.

Francesco Feola

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