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Zaki resta in carcere: perchè non si riesce a liberare?

di - lunedì 14 dicembre 2020 ore 20:30

Il tribunale del Cairo ha detto no alla scarcerazione di Patrick Zaki. Studente dell'Università di Bologna, arrestato lo scorso Febbraio con l'accusa di propaganda sovversiva, l'attivista egiziano, resta rinchiuso tra le sbarre della prigione di Tora, luogo tristemente noto per abusi e torture. La domanda a questo punto è perchè non si riesca a liberarlo. Sottraendolo ad un perverso meccanismo che potrebbe penalizzarlo con altri due anni di carcere cautelare. 

Alla domanda, una risposta non l'ha data il presidente francese Macron. Mentre i giudici pronunciavano la sentenza per Zaki il presidente francese riceveva Abdel Fattah Al-Sisi con gli onori e fregiandolo della Gran Croce della Legion d'Onore della Repubblica. Togliendo così ogni velato dubbio al sussistere di divergenze: “Non condizionerei la nostra cooperazione in materia di difesa, come in materia economica, ai disaccordi”. Errore. Vista la situazione attuale se rimaniamo legati allo schema della bilancia che privilegia la democrazia o il piatto degli affari economici non ne usciamo. Non in quel contesto. Non con questo approccio frammentario e ambiguo. Se realmente vogliamo trovare una soluzione unitaria dobbiamo portare il tema dei diritti umani ad essere affrontato in sede europea, e finalmente applicato con serietà da tutti. Altrimenti siamo alla fiera delle vanità. E allora, Macron preferisce la politica del dialogo, e del tornaconto, a quella della franchezza. 

Mentre l'Italia è silente politicamente e quindi anche diplomaticamente. L'Egitto ha una posizione strategica invidiabile nel Mediterraneo. È un attore protagonista delle dinamiche della regione nordafricana e del mondo arabo. Amico degli USA e allo stesso tempo del Cremlino, partner non trascurabile di Israele e dell'Europa. Legato agli affari sauditi da doppio filo. Con i petrodollari combatte una guerra globale contro le mire espansionistiche del sultano Erdogan, eterno nemico e condottiero della fratellanza musulmana. L'apparenza esteriore dell’Egitto, tuttavia inganna. Internamente è uno stato fragile. L'instabilità politica è insita nel regime militare stesso, che attraverso le forze armate gestisce la cosa pubblica e l'economia. Una oligarchia militare, composta da ufficiali fedelissimi. L'unica voce a dominare la scena è quella del generale Al-Sisi, il faraone nazionalista che sogna in grande. 

Negli ultimi anni il Paese ha visto la sparizione di migliaia di oppositori e l'incarcerazione in massa, la repressione dei media indipendenti, dei movimenti liberali e la lotta al fondamentalismo islamico. Ciò è stato possibile grazie ad un apparato di sicurezza governato dall'esercito e poco collaborativo con le altre agenzie dell'intelligence. In un sistema dove alla fine le verità scomode sono coperte dal silenzio, dal favoreggiamento e dalla concussione. Nel 2018 il parlamento egiziano ha approvato una norma per garantire l'impunità ai crimini compiuti dai vertici militari nel periodo della sospensione della costituzione, il triennio nero dal 2013 al 2016. L'Europa non avrebbe dovuto accettarlo.


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