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Israele, deciderà il borsone della spesa

di - martedì 23 maggio 2023 ore 08:00

Poche settimane fa Israele lanciava l'operazione militare “Scudo e Freccia” per colpire i comandi della jihad islamica a Gaza. Dopo giorni di tensione e violenza si è arrivati all'ennesima tregua tra le parti, mediata dall'Egitto. Un cessate il fuoco che purtroppo, la storia ci insegna, non è destinato a durare a lungo. 

In quella porzione di Medioriente non c'è speranza di pace ma solo incertezza, tutto da un momento all'altro potrebbe precipitare e far esplodere un conflitto che si alimenta di provocazioni infinite. Non aiutano certo le divisioni interne, quelle tra i fratelli coltelli palestinesi che sono di carattere geografico e politico, con Hamas che governa nella Striscia di Gaza e Fatah che tenta di controllare la Cisgiordania. 

Spaccata è anche Israele, tra i pro e gli anti-governo Netanyahu. Da una parte c'è la protesta di Tel Aviv, organizzata in un movimento che da mesi si oppone alla riforma del sistema della giustizia, che l'esecutivo di estrema destra vorrebbe introdurre. “Pioggia o sole, caldo o freddo, in guerra o pace, siamo qui”, è scritto nei loro cartelli. Dall'altra c'è la parata dei nazionalisti religiosi della “Marcia delle Bandiere”, che in corteo hanno sfilato nei quartieri arabi di Gerusalemme Est, per celebrare la riunificazione della città Santa avvenuta nel 1967, in seguito all'esito della Guerra dei Sei Giorni. “Festa” che puntualmente degenera in scontri con i palestinesi.

Parte della responsabilità del caos di Gerusalemme è attribuibile a Netanyahu, che ha deciso di appoggiarsi al radicalismo per tornare sul trono di Israele. Ma che tuttavia appare sempre più ostaggio di queste frange estremiste in balia dei loro leader. A partire dall'alleato e ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, autore dell’ennesima provocazione con la recente “visita” sulla Spianata delle Moschee. Ben-Gvir ora guarda ad intestarsi i meriti dell'intervento militare di Gaza, sebbene sia stato opportunamente tenuto fuori dalla cabina di regia e all'oscuro dei piani, aspirando persino a nuove imprese guerrafondaie: “La prossima operazione deve essere in Giudea e Samaria”, ha dichiarato intendendo la Cisgiordania palestinese. 

Non è da meno l'altra figura del panorama della destra razzista Bezalel Smotrich: “ritengo che arriverà il momento in cui non ci sarà altra scelta e l'IDF dovrà riconquistare Gaza, distruggere l'entità terroristica che governa e smilitarizzarla completamente”. Tenendo a precisare che comunque non è una questione all'ordine del giorno, ma quello che inevitabilmente accadrà. 

Il ritorno israeliano a Gaza, abbandonata da Ariel Sharon nel 2005, è un'opzione con troppe incognite, poco logica e sicuramente scartata in partenza da Netanyahu e dai vertici militari. Ciononostante sia Smotrich che Ben-Gvir stanno dimostrando di avere un peso specifico nella strategia di governo. Palesemente Netanyahu si sta dimostrando in affanno nel gestirli. Gli è rimasta però un'ultima possibilità per dare un chiaro messaggio che è lui a comandare: la manovra di bilancio. Il borsone della spesa può essere più convincente di qualsiasi cosa.


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