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Lunedì 09 Marzo 2026

— il Blog di

Franco e Emma

di - Lunedì 09 Marzo 2026 ore 08:00

Il personaggio pensato è solo un’idea rinchiusa nel bozzolo, non può agire, non ha un vero profilo, perché la sua vita sta nella narrazione.

È nella stesura dell’inchiostro su carta che il personaggio ha la possibilità di avventurarsi nella vita sua. Con la scrittura, le sue vicende si dipanano più lentamente, permangono, hanno l’agio di svolgersi compiutamente. I tempi lunghi di composizione, revisione, riscrittura e quindi “sbozzolatura” del suo carattere permettono la completa distensione del filo di seta che lo ha tenuto prigioniero nel pensiero.

Con la scrittura, il filo non si rompe e sarà disponibile per la tessitura di trame e orditi successivi. Il bruco-personaggio non deve essere ucciso con una stesura veloce, simile alla bollitura del baco da seta nelle caldaie delle filande, ma solo liberato lentamente dal filo che lo circonda, trasformato nel filo d’inchiostro sul foglio, o nella sequenza di byte sul computer. Solo quando la scrittura sarà compiuta, col filo interamente svolto, intrecciato e adeguatamente revisionato, il bruco diventerà farfalla-personaggio e vivrà davvero, in perfetta autonomia.

Diverrà talmente autonomo che, spesso, pretenderà di sostituire chi lo ha estratto dal bozzolo, ovvero lo scrittore!

Per l’ingegner Franco Rosati, è andata proprio così, pensato e presentato come idea generica di un contraltare razionale alle intemperanze del carattere di Tommaso, con un nome che ne sottolineasse, appunto, la franchezza e con il compito generico di fargli da spalla, da amico anziano e saggio.

Si affaccia, quasi marginale, all’inizio della storia dove fa l’accompagnatore dei clienti del rifugio, quelli più ciarlieri e sregolati, che hanno bisogno di percepire in diretta il senso della montagna:

« “Buongiorno gestore, hai sniffato l’aria? Cosa promette?” chiese il più anziano e mattiniero del gruppo, frequentatore del rifugio da molti anni.

“Ha un buon odore stamani, dovrebbe mantenersi bello… se non nevica” rispose sornione l’altro.

L’ingegner Franco Rosati sorrise. Aveva con Tommaso una solida amicizia fatta più di silenzi che di chiacchiere: si intendevano con i gesti e con gli sguardi. Quando l’amico assumeva un’espressione supplicante, voleva dire che era il momento di dare una mano, accompagnando i clienti più cicalecci in un’escursione, facile come grado alpinistico, ma tosta come impegno necessario. Al ritorno tutti si erano miracolosamente calmati, e parlavano molto meno.»

Dopo questa brevissima presentazione, il personaggio rientra nel bozzolo e riappare dopo 20 pagine, dove si parla della ristrutturazione del rifugio.

In questo ambito Franco srotola senza fretta il lungo filo di seta della sua vita. Ha steso il progetto e fa il direttore dei lavori, ma non si limita alle funzioni tecniche, c’è di più. Lui appartiene alla generazione dei Boomer, come si chiamano oggi, e ne va anche fiero, pur senza esternarlo. Ha alle spalle una vita densa, dai risvolti meraviglianti per il lettore; non esercita da tempo, sia la professione dell’ingegnere, sia l’altra più misteriosa. I ricordi affiorano, stimolati dal fare giornaliero e si articolano vividi nelle riflessioni, quasi come se il personaggio Franco assumesse la funzione di io narrante:

«Nelle settimane successive il rifugio si trasformò in cantiere. Franco dirigeva i lavori e dava una mano, Tommaso sgobbava, ma anche Giulio non rimaneva indietro.

L’ingegnere era soddisfatto per aver dato forma a quel terzetto di generazioni limitrofe, coinvolte in un progetto comune.

Paragonava le loro storie ai movimenti del mare di cui aveva parlato Braudel, quando descriveva i tempi di durata della Storia.

Situava se stesso nel fondale dei movimenti lenti di chi, avendo visto abbastanza, si meraviglia di rado, si compiace dei ricordi vissuti, coglie l’attualità del presente, ma non esclude del tutto la possibilità del nuovo, mentre coltiva una leggera speranza nel vivibile.

Piazzava Tommaso a media profondità, nella zona forse più tormentata, in oscillazione continua fra fondo e superficie. Vedeva che era rallentato dai dejà vu, e quindi allettato dall’indolenza della calma profonda, ma senza smettere di subire la lusinga della smania di superficie, che ancora lo attirava verso l’inesplorato. Il rischio di strappi era reale e a Franco pareva che Tom, ne avesse subito uno di recente, ma teneva per sé la riflessione.

Collocava Giulio in superficie, fra le onde sempre presenti, più o meno alte, nella costante inquietudine della giovinezza. Gli piaceva in particolare il modo in cui aveva tenuto fede al suo impegno, lasciando la comoda vita romana per venire in montagna, a sporcarsi le mani di calce. Un cambiamento indubbiamente provvisorio, ma comunque significativo per un pivello.

In Giulio e in Tommaso ritrovava inoltre due fasi della sua vita, sempre succhiata fino al midollo da quando, appena laureato, accettò il primo incarico in capo al mondo.»

Franco è un osservatore attento e un curioso ascoltatore; il paragone, fra le tre generazioni e la visione storica di Braudel, ci fa capire che in vita sua non ha studiato solamente scienza delle costruzioni. Ha una cultura vasta, ha girato il mondo e rivive le sue esperienze quasi come se le raccontasse:

« Il giovane [Giulio] gli ricordava gli errori iniziali dell’entusiasmo e il secondo [Tommaso] la maturazione che ne era seguita. Aveva dovuto gestire situazioni difficili nei cantieri, prima come collaboratore, poi come primo responsabile. Maestranze di nazionalità diverse e talvolta rivali, si trovavano di punto in bianco a dover dividere lavoro, alloggi e cibo in luoghi spesso inospitali. Non era stato semplice, mai. Franco era progressivamente riuscito, mettendosi in gioco per primo, a costruire identità di progetto, a condividere le fatiche e i rischi, trovando in questo atteggiamento un sistema valido per smussare le inevitabili tensioni che nascevano in quei contesti.»

Mentre snocciola pensieri, rafforza ulteriormente la sua convinzione che qualunque gruppo possa nascere solo dalla condivisione operativa di progetti, dal perseguimento di un obiettivo comune, qualsiasi siano le aspirazioni che guidano e le composizioni sociali che operano.

È anche un buon narratore:

« Da grande affabulatore qual era, ne parlava volentieri ai suoi amici, nei dopocena di ponci, sigari e chiacchiere. Le narrazioni erano in genere ricche e colorite e incantavano Giulio che non perdeva una parola. Anche Tommaso era interessato, ma conoscendo bene l’amico, si era accorto che, in alcuni casi, i resoconti scivolavano via troppo rapidi. Quando la narrazione coinvolgeva alcuni luoghi o alcuni periodi particolari, il flusso conduttore del racconto si strozzava o si interrompeva con qualche scusa. Sembrava che il narratore fosse combattuto, fra lo sviluppo completo della storia e altre esigenze che celavano passaggi o elementi. Di certe cose ne parlava o troppo di fretta o troppo superficialmente, come se avesse avuto qualcosa da nascondere

Il mistero viene svelato subito dopo, quando compare la giornalista inglese Emma Wood, «la compagna della maturità, come amava definirla.»

Ovviamente, se volete scoprire l’arcano, dovete leggere il libro!

https://bibliolandia.comperio.it/opac/detail/view/bibliolandia:catalog:505061

Anche Teresa subisce il fascino discreto di quella donna:

« Nei giorni successivi di camminate e di spuntini alpinistici,[Teresa] ebbe modo di conoscere bene Emma, la compagna di Franco, alla quale le veniva spontaneo raccontarsi.

Non le era mai successo prima e non si ricordava, neanche nell’adolescenza, di una vera e propria amica del cuore. I sentimenti se li era sempre tenuti stretti, salvo forse col suo grande papà. Però con Emma, era impossibile non entrare in confidenza.

Non si aprì sugli ultimi avvenimenti, ma la schietta disponibilità all’ascolto e l’interesse dimostrato per le vicende umane della sua ormai amica, spinsero Teresa a parlare sempre più intimamente dei casi suoi. Sentiva che questa narrazione le riusciva taumaturgica, quasi che il resoconto ordinato dei capitoli del suo romanzo, le fornisse una nuova chiave interpretativa di se stessa. Immersa nei colloqui, aveva l’impressione di essere al contempo, osservatrice e osservata.

Emma peraltro non dava mai giudizi, non esprimeva valutazioni, semplicemente ascoltava, partecipe. Aveva inoltre il buon gusto e la sensibilità di non insistere, quando si accorgeva che Teresa glissava su qualcosa. Era insomma un ottimo confessore che, in quanto laico, non assegnava neppure penitenze.

In pochi giorni si creò fra le due donne quel feeling che di solito richiede anni di frequentazione. Il non avere in comune interessi, parentele, o rivalità, le rese ancor più libere e schiette nel raccontarsi.

Emma e Franco rappresentano la seconda coppia del romanzo, due pensionati, apparentemente calmi e pacati, che sfoderano sovente sorrisi sornioni, come a sottolineare che le avventure e le emozioni non sono mancate a entrambi. La loro tranquillità di sfondo contrasta con la guerriglia perenne fra Tommaso e Teresa, ma si rivelerà solo apparente quando imbastiranno, orgogliosi, la trama di una “trappola” per i loro amici.

Dopo che la trappola è scattata la “facilitatrice” Emma, [vedi Jane Austen] non riesce a trattenere la soddisfazione:

“Tre urrà per te Emma, un capolavoro, una regia impeccabile. E adesso raggiungiamo l’aiuto regista”.

Si mise di buon passo sulle tracce di Franco, che al contrario indugiava per aspettarla.

“Tutto bene?” le chiese appena arrivata.

“Splendidamente, un tempismo perfetto, manca solo l’epilogo. Sai amore mio, mi sembra di essere ritornata ai vecchi intrighi, non male per due vecchietti, eh?”

Nel prossimo Blog troveremo un’altra coppia, quella più giovane, Domenico e Betta lui pastore e casaro, lei conduttrice delle mucche di nonno Tonio.

Come nei blog precedenti, le parti in corsivo sono tratte dal mio primo romanzo: La neve e il Vermentino.


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