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Riflessioni dopo il viaggio di Salvini in Israele

di - venerdì 14 dicembre 2018 ore 18:50

Foto di: L'Antidiplomatico

Il viaggio di Salvini in Israele più che una missione diplomatica in una terra dagli equilibri delicati è stata la cornice ad un pellegrinaggio laico. E prefigura il rafforzamento di un nuovo schema di alleanze internazionali alla vigilia del rinnovo del Parlamento europeo. Con il vice premier che si sovrappone tanto al Ministero della Difesa quanto a quello degli Esteri, quasi non ricordasse che in Libano è presente una forza d'interposizione italiana con la missione Leonte e dimenticando che Roma non ha mostrato l'intenzione di spostare l'ambasciata israeliana nella Città Santa, almeno per ora. Messaggi diretti a mezzo stampa che hanno innescato l'ennesimo cortocircuito politico. Il Ministro degli Interni italiano di fatto ha aperto con questa breve visita la lunga campagna elettorale di Netanyahu per le prossime elezioni. Viceversa il “falco” della politica israeliana ha trovato una testa di ponte nell'eterna sfida a Bruxelles. Netanyahu è uno statista che ha saputo ritagliarsi un ruolo carismatico tra i movimenti populisti e nazionalisti di mezzo mondo e durante la sua longeva carriera è stato capace di azzerare l'opposizione di centrosinistra e spostare il Paese a destra. In questi anni ha tenuto ben saldo il potere nelle sue mani, concentrando su di se attenzione e dicasteri, gode ancora di larga popolarità. Anche difronte a ripetute turbolenze nella maggioranza e indagini della magistratura che lo riguardano personalmente, non si è scomposto. Magicamente tiene in vita l'esecutivo attuale con un solo risicato voto di maggioranza. Dal suo cilindro inaspettatamente può uscire di tutto: guerre, tregue, minacce, affari. È stato il primo a credere in Trump e a prenderne le distanze sui dazi alla Cina. In passato non ha nascosto simpatia per Renzi, in questo giro di valzer ha scelto un altro Matteo.

Alfredo De Girolamo

Enrico Catassi


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