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martedì 22 agosto 2017

JAZZ CORNER — il Blog di Leonardo Boni

Leonardo Boni

LEONARDO BONI - Un giovane economista, appassionato di basket che nei timeout coltiva un grande interesse per la musica e per il jazz.

Brian Wilson che reinventa Gershwin

di Leonardo Boni - martedì 22 luglio 2014 ore 15:52

I Californiani sono tipi tranquilli. "Take it easy" way of living. O fanno gli entrepreneurs o fanno i surfisti. Wilson scelse di surfare con i suoi fratelli e cugini e di fare qualche canzoncina tipo Barbara Ann o Surfin U.S.A.... per un po' ok, divertente, poi Brian si stufò, perchè aveva il genio nel sangue, da piccolo ascoltava Gershwin, e se sei ben educato, il galateo musicale si applica automaticamente. Col tempo, e non ne esci.

Questo è un album importantissimo. Brian Wilson che reinventa Gershwin. Due mondi apparentemente così lontani, che si incontrano. Due geni che riescono a coesistere. George Gershwin è il compositore di riferimento per crooners, jazzisti, cantanti, film.. Gershwin è ovunque e lo sarà per sempre. Come definire Gershwin? Non proprio Jazz, ma qualcosa di precedente al Jazz. Prima del Jazz c'era Gershwin, e prima di Gershwin la cosiddetta musica classica, per farla breve. Gershwin è il ponte; è Musica Classica 2.0, ecco. Si parla di primi anni '30.
E Brian Wilson, leader dei Beach Boys, uno dei massimi compositori di musica moderna di tutti i tempi. Wilson prevedeva la musica il giorno prima, e ne veniva fuori un capolavoro, vedi "Pet Sounds", un album senza genere, uno dei migliori di tutti i tempi secondo "Rolling Stone", incredibile.
Wilson.... Testardo, caratteraccio, insopportabile, pignolo, perfezionista delle registrazioni in studio, sordo da un orecchio (!), rende omaggio a Gershwin, la sua ispirazione più grande da quando era piccolo, e ci riesce alla perfezione, proponendo un qualcosa di estremamente particolare ed intrigante.
E' un album circolare. Inizia con "Rhapsody in Blue", un monumento musicale, e finisce riprendendola. Ti lascia quindi con la voglia di ricominciare ad ascoltarlo. Ne conosce a quintali Wilson di arrangiamenti, orchestrazioni e lavori in studio. Tutto è caratterizzato dall'armonia. Wilson era il genio dell'armonia, della melodia vocale. Solo McCartney nella
storia gli tiene testa.
Poi si scivola senza stacchi in "The Like in I Love you", fino ad arrivare al medley di "Porgy and Bess", dove Wilson tira fuori l'amore per il suo maestro, proponendo qualcosa di una profondità interpretativa inspiegabile a parole, bisogna ascoltarlo. "I Loves You, Porgy" è il punto più alto dell'album. Un arrangiamento certosino, millimetrico, dove la sua voce non è
il massimo, ma ti entra dentro dall'impeto che ci mette. I violini in background, tutta farina del sacco made in Wilson, uno spettacolo. Una trombetta qua e là per ricordare che Miles è sempre presente... e si scorre.. come se il disco si volesse far ascoltare tutto d'un fiato.
Un pizzico di ritmo Beach Boys nelle tracce centrali, rivisitazioni che non saranno apprezzate dai puristi Jazz, che si dovranno ricredere però quando attacca "Love Is Here To Stay", dolcissima, con le spazzole e i cori in sottofondo, le melodie che dicevo prima, e i violini, insieme accompagnano la vocetta di Wilson; un arrangiamento superiore, sinceramente perfetto. Ci sono valanghe di versioni di questa canzone, ma nessuna riesce ad unire "vecchio" e "nuovo" così.
Tutti hanno cantato, ri-arrangiato, ripreso, storpiato, le canzoni di Gershwin. Ci sono versioni di Ella Fitzgerald, Billie Holiday ecc.. che sono diventate dei classici. Ma qui è diverso: qui si mescola l'indole Californiana di Wilson con i testi e le musiche fondamentali che hanno segnato il punto di partenza della musica nuova. Ballano quasi 80 anni di musica tra l'uno e l'altro, e sembrerebbe incredibile riuscire a venirne fuori con qualcosa si orecchiabile. Infatti, ne viene fuori qualcosa di stupefacente.

Leonardo Boni

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