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Attualità venerdì 10 aprile 2020 ore 10:00

Stella Maris, il gran gioco di squadra di Montalto

Graziella Bertini con i militari dell'esercito ( foto facebook )

Il racconto dell'esperienza lavorativa di Graziella Bertini, direttrice del presidio riabilitativo di Montalto di Fauglia della Stella Maris



FAUGLIA — Montalto di Fauglia, presidio riabilitativo della Fondazione Stella Maris. 54 pazienti, tutti giovani, con disabilità intellettiva, disturbi del comportamento, di relazione e socializzazione e spettro autistico e altri otto in regime diurno. A guidarlo c'è lei, chiamata ( ma affettuosamente ), "Il Colonnello", la dottoressa Graziella Bertini.

Conosce ogni centimetro quadrato della struttura ( che è grande ), si relaziona con tutti ( ma veramente tutti ), elabora strategie, risolve i problemi facendoli a pezzetti, è sempre presente e conosce ogni situazione. Fa il lavoro di direttrice da tre anni, ma Montalto l'aveva conosciuto tanti anni fa, all'inizio della sua attività da educatrice che poi la ha portata in Asl e di nuovo alla Stella Maris, passando per una laurea, un master, una importante formazione ottenuta alla Scuola Superiore Sant'Anna.

Il coronavirus a Montalto non c'è arrivato, ma bisogna essere pronti a tutto e, per farlo, serve grande forza e capacità di risoluzione dei problemi. Serve soprattutto essere una grande squadra. Ci sono 65 dipendenti ( ausiliari, manutentori, oss, educatori, infermieri e c'è il personale medico ) e un grande affiatamento.

"Abbiamo costruito una squadra di persone giovani e motivate", dice subito Bertini. Il Covid qualcosa ha cambiato. Gli otto pazienti del centro diurno stanno a casa ( "E abbiamo attivato subito le teleconferenze"), gli operatori indossano i dispositivi di protezione. "E sa cosa le dico? Che i pazienti hanno capito. Chi ha deficit cognitivo percepisce il pericolo. Lo avevamo già visto con gli incendi del 2017, che si avvicinarono alla struttura. Anche in quel caso ci fu grande senso di responsabilità e tutto si svolse senza problemi. Anche oggi c'è lo stesso immutato senso di fiducia verso gli operatori".

E con le famiglie? "La tecnologia anche in questo caso ci aiuta. Qualche video e, per chi può, abbiamo cominciato anche con le videochiamate". Ma come si fa a gestire il rischio Covid in una struttura così particolare? "Diciamo che gli spazi ci aiutano", racconta Bertini, "Abbiamo un grandissimo giardino, la zona multisensoriale, grandi aree interne, sale e palestre. E poi - continua - abbiamo comunque attrezzato in poco tempo un'area Covid esterna ( sotto l'articolo c'è un post facebook che racconta con foto e video l'aiuto logistico fornito dall'esercito che ha permesso di realizzarla in poco tempo ) e una tenda attigua che permette la svestizione in sicurezza del personale eventualmente impiegato.

Già, ma qui viene il nocciolo della questione. Se un paziente viene contagiato e deve venire isolato che cosa succede? "Succede che viene fuori quello che le dicevo prima, la motivazione e la passione. Ho selezionato un gruppo di assistenti con funzioni educative, a tutti ho fatto la proposta e potevano rispondere, su base volontaria, se di fronte ad uno scenario del genere avessero accettato o meno di prendersi cura costante di un paziente Covid standogli accanto in un'area isolata. Sa quanto no ho ricevuto? Zero. Immediatamente tutti hanno risposto sì".

Ci sono alcuni motti che accompagnano il suo lavoro, ma tutti sono condivisi. "We are the heroes" ( Noi siamo gli eroi, che è scritto sulle felpe di tutti gli operatori della struttura ), "Nessuno si salva da solo" ( che è anche un hashtag ) e "Aiutiamoci a migliorare", slogan e mission di Insh ( Italian network for safety in healthcare ) il cui presidente è Riccardo Tartaglia, uno dei massimo esperti italiani di gestione del rischio clinico e figura di riferimento molto importante per Bertini nella recente formazione specialistica presso a Scuola Sant'Anna.

Il coronavirus ci ha cambiato e sentiremo le conseguenze di questa emergenza ancora a lungo. Detto questo, si poteva fare di più in maniera preventiva?"Guardi, le rispondo da operatrice del settore, vedendo quello che è accaduto e glielo dico con estrema sincerità. Disabili e anziani sono stati lasciati per ultimi. Il contagio è subdolo, i tamponi a tappeto dovevano partire proprio dalla categorie più deboli e più a rischio".

Alessandro Turini
© Riproduzione riservata

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