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Cultura martedì 28 gennaio 2014 ore 15:56

"Per giorni chiusi nella baracca", prigionia e liberazione da un campo di sterminio

Il racconto della sopravvissuta Braun ai ragazzi delle superiori Russoli e Pesenti



CASCINA — "Quando i tedeschi abbandonarono il campo restammo per giorni rinchiusi nella baracca senza mangiare, senza bere, ricoperti dei nostri escrementi. Quando arrivarono gli inglesi a liberarci, vidi i loro occhi inorriditi, per quello che vedevano, per il terribile odore che sentivano. Solo in quel momento mi sono resa conto della terribile condizione in cui vivevamo". Sopravvivevamo. Perché chi è uscito vivo dall'inferno dei campi di sterminio, forse, ha avuto solo più voglia di vivere degli altri.

Come Kitty Braun, italiana di Fiume e oggi fiorentina, che questa mattina ha incontrato a Cascina i ragazzi di quattro classi del liceo artistico Russoli e dell’Istituto d’istruzione Pesenti. Kitty aveva nove anni quando fu deportata nel campo di sterminio di Bergen Belsen.

Quella stessa voglia di vita, spinge ancora gli ultimi deportati a raccontare cose che avrebbero voluto dimenticare, come se quell'orrore, almeno, possa servire a qualcosa. Le immagini hanno lasciato molto alla storia, ma quello che non si potrà mai lasciare negli archivi, sono gli odori, i sapori e le sensazioni su corpi rimasti solo pelle di una vita che non è più vita. "Mi misero su un tavolone e con l’acqua fredda di una sistola e un bruschino mi disincrostarono dallo sporco che avevo addosso. Mi adagiarono in un letto. Ricordo ancora quel momento e il profumo delle lenzuola pulite. Purtroppo, mio fratello Roberto morì poco dopo la liberazione dal lager, per la tubercolosi presa nel campo".

Una famiglia ebrea che abitava a Fiume, quella di Kitty. "Ho frequentato una scuola riservata agli ebrei e ho subito le conseguenze delle leggi razziali. Quando diedero fuoco alla sinagoga di Fiume, mio padre decise di abbandonare la città. Di notte, per non farci vedere, prendemmo un treno che ci portò a Trieste, dove trovammo alloggio in un albergo. Non potevamo giocare né ridere, non potevamo portare le scarpe perché non si doveva sapere che eravamo lì. Poi un nuovo viaggio in treno, fino a Mestre, dove ogni notte c’erano i bombardamenti e ci alzavamo per andare nella campagna, per sfuggire alla bombe, fino a quando non trovammo un’altra sistemazione da una famiglia contadina fuori città". Ma se l'inferno c'è stato, è anche perché troppo poche furono le persone pronte a rischiare la vita per salvarne un'altra.

Era l’11 novembre del 1944, alle 6 del mattino, quando arrivarono le Ss "con un fiumano che ci fece riconoscere. Fummo portati in carcere, poi alla risiera di San Sabba. Da lì, in un treno bestiame, al campo di Ravensbruck e poi al lager di Bergen Belsen, nel nord della Germania. Ricordo il percorso a piedi che facemmo dall’entrata del campo alla baracca. Gli altri prigionieri, smagriti, con gli occhi fuori dalle orbite, ci chiedevano, al di là del filo spinato, nelle loro lingue, notizie dei loro cari. La baracca era fatta di legno, dovevamo fare i nostri bisogni in una fossa, eravamo denutriti, malati di tifo. Mio cugino Silvio, un bambino, morì in quella baracca dopo una notte di pianti e sofferenze. Quando alla fine spirò, la madre, svuotata per le pene che il figlio dovette sopportare, si sciolse in un pietoso 'finalmente'. Avvolto in un lenzuolo, Silvio fu buttato con gli altri cadaveri accatastati".



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