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Spettacoli domenica 07 novembre 2021 ore 12:00

"Una cosa enorme"

Assolvere o meno (e come) al compito biologico come 'genitori' e 'figli' di altri esseri umani, è il tema indagato dalla regista Fabiana Iacozzilli



CASCINA — "Una cosa enorme", è esattamente questo che emerge dal buio della scena e si impone nella sua 'mostruosità' agli occhi dello spettatore. Voci di donne, interviste che raccontano la loro versione della maternità, introducono il primo dei due quadri che compongono lo spettacolo "Una cosa enorme" andato in scena a La Città del Teatro a Cascina per la regia di Fabiana Iacozzilli.

Sono le storie delle donne che la regista, ha raccolto per alimentare la sua ricerca fino a diventare il 'cuore pulsante dello spettacolo': una riflessione sul senso dell'essere madre che sconfina dalla primaria accezione di 'genitrice' per allargarsi in quello che lo spettacolo, ci sembra di capire, estende verso un altro concetto, quello della cura dell'altro, come scopriamo a metà del secondo quadro. Ma il ciclo proposto è completo, quindi l'inizio è la pancia. 

In una scena popolata da freddi oggetti del focolare domestico, un frigo, un forno, una pianta secca e una poltrona, una donna, l'attrice Marta Meneghetti, posseduta da una pancia mostruosa, che sembra uscita dall'universo cyber descritto da Rosi Braidotti in "Madri, mostri e macchine", vaga rabbiosa con un fucile in mano. Sguardo demoniaco, bava alla bocca e respiro affannoso, questa creatura scruta un cielo minaccioso in cerca della sua preda finché un colpo secco la centra: una cicogna, LA cicogna cade dal cielo morta, finalmente, e la storia sembra iniziare con un punto, il rifiuto della maternità, "il baco che tutto erode". 

A rendere netto il messaggio, un cappio legato dietro la pancia enorme, pronto a stringerle intorno il suo nodo fino a soffocare tutto ciò che porta. L'assenza totale di testo che dal prologo ci ha portato alla fine del primo quadro, fa emergere forte l'immagine descritta da una voce fuori campo che diventa icona dello spettacolo: una donna mostruosamente incinta legata da un elastico-corda a un chiodo-palo. Da quel chiodo si cerca di allontanarsi tutta la vita ma tutti i passi in avanti che facciamo, aumenteranno solo la forza del rinculo quando, necessariamente, a quel chiodo faremo ritorno. 

Per quanto si rifiuti, la questione maternità torna sempre. Ma cos'è la maternità? E' a questa domanda che il secondo quadro sembra rispondere a modo suo. "Tutti gli esseri umani di questo pianeta sono stati partoriti da una femmina ma nessuna donna femmina è nata madre, eppure tutte le donne sono chiamate dalla società ad esserlo, ad assolvere al compito biologico." Non poterlo fare, che sia per scelta oppure no, comporta tormento. 

Come racconta Orna Donath, ricercatrice israeliana, nel libro, "Regretting Motherhood", ci sono madri che portano dentro il segreto inconfessabile del pentimento; sono le donne che  non avrebbero mai voluto diventare madri ma sanno che se confidassero il loro sentimento apertamente, la società le umilierebbe. Purtroppo, a nostro avviso, non è su questo bilico tra desiderio e rifiuto di un ruolo imposto o auto-assegnatoci, che altalena la proposta fatta allo spettatore. Quello che invece gli si mette davanti nella seconda parte, è l'immagine cruda e vivida di un vecchio, Roberto Montosi, accudito dalla figlia, Marta Meneghetti, fino alla morte. 

Una sequenza muta di azioni interpretate con innegabile preparazione fisica dagli attori, descrivono la parabola finale della vita che come sappiamo ricalcano esattamente quelle del suo inizio. Nutrire, lavare, vestire, pannoloni e borotalco. Sostanzialmente 'accudire'. E' quindi questo il ruolo del femminile (e di tutti gli esseri viventi diremmo noi) da cui non si scappa. L'idea di maternità da cui pare di fuggire ma che ci richiama a sé, quel chiodo che prima o poi torna, senza alternative se non l'accettazione della stessa. 

Una riflessione che lascia in sospeso, interdetti, appesi anche noi che guardiamo ciò che conosciamo da vicino, come esseri, madri-padri e figli-figlie che in questa lettura claustrofobica, ci appare mutilato di quello che ne è l'elemento generatore, il seme da cui tutto nasce e che per qualche motivo fa funzionare tutto anche quando apparentemente non conforme al ruolo assegnato.   

Dopo la replica alla Città del Teatro di Cascina, “Una cosa enorme” sarà in scena al Roma Europa Festival 2021 dal 15 al 21 novembre.

Le scene sono di Fiammetta Mandich, le luci di Luigi Biondi e Francesca Zerilli, ilsuono è curato da Hubert Westkemper (premio Ubu 2019 per La classe).Una coproduzione Cranpi, La fabbrica dell’attore-Teatro Vascello Centro di Produzione Teatrale, Fondazione Sipario Toscana, Carrozzerie | n.o.t.

Fabiana Iacozzilli, regista-drammaturga che porta avanti un lavoro di ricerca improntato sulla drammaturgia scenica e sulle potenzialità espressive della figura del performer collabora dal 2013 con il Teatro Vascello di Roma e dal 2017 con Cranpi e Carrozzerie | n.o.t. 

Nel 2002 si diploma come regista presso l’Accademia “Centro internazionale La Cometa” dove studia tra gli altri con N. Karpov, N. Zsvereva, A. Woodhouse. 

Dal 2003 al 2008 è regista assistente di P. Sepe e Luca Ronconi, nel 2008 fonda Lafabbrica, compagnia della quale è direttrice artistica dal 2008 al 2018. Nel 2011 viene selezionata per partecipare al DIRECTOR LAB, progetto internazionale organizzato dal LINCOLN CENTER (Metropolitan di New York). Dallo stesso anno diventa membro del LINCOLN CENTER DIRECTORS LAB. 

Tra i suoi spettacoli: Aspettando Nil con il quale vince l’Undergroundzero Festival di New York; La trilogia dell’attesa, vincitrice del Play Festival (Atir e Piccolo Teatro di Milano-Teatro d'Europa); Quando saremo grandi!, finalista Premio Scenario 2009; Da soli non si è cattivi. Tre atti unici dai racconti di Tiziana Tomasulo; La classe_un docupuppets per marionette e uomini; Una cosa enorme. Nel 2021 è stata una dei tre registi coinvolti nel progetto Incroci, nato dal dialogo tra 3 realtà nazionali che coinvolgono migranti: Teatro Magro-Mantova, Asinitas-Roma e Babel Crew/Progetto Amunì-Palermo. 

Elisa Cosci
© Riproduzione riservata

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