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Lenòr e la sua Rivoluzione a Cascina

Impeccabile interpretazione di Nunzia Antonino, nei panni di Lenòr, Eleonora de Fonseca Pimente, all'anagrafe Leonor da Fonseca Pimentel Chaves.



CASCINA — Un monologo trascinante all’interno della storia personale che si fa universale, di Eleonora de Fonseca Pimente, patriota e giornalista italiana. Un’impeccabile interpretazione quella di Nunzia Antonino ieri sera a La Città del Teatro di Cascina, nei panni di Lenòr, Eleonora de Fonseca Pimente, all'anagrafe Leonor da Fonseca Pimentel Chaves. Un racconto di vita, con la regia di Carlo Bruni e testo a sei mani  Enza Piccolo, Nunzia Antonino e Carlo Bruni, che si erige ad exemplum profano come nei casi di eroi e martiri e Lenòr lo è stata, eroina del popolo partenopeo e martire per il sogno di libertà che animò la breve vita della rivoluzione napoletana del 1799.

Una sedia vuota a scena aperta, su un patibolo, perché si parte dalla fine, quando tutto svanisce soffocato dal nodo scorsoio stretto alla gola di chi non potrà più parlare. E come un rigurgito che sale dal profondo, sgorga il racconto pre-mortem che pervade il pubblico presente richiamato alla partecipazione sin dalle prime battute: “Compagni miei da tempo condividiamo sciagure ma forse, un giorno converrà ricordare tutto questo”. L’infrangersi degli ideali patriottici come onde del mare di Napoli evocato in sottofondo, non porta però scoramento a chi come Eleonora ha ‘imparato a morire per disimparare a servire. A questo mi sono allenata tutta la vita. Per il resto non si può fare niente.’ (‘Il resto di niente’ da cui anche il titolo romanzo storico italiano di Enzo Striano, pubblicato per la prima volta nel 1986).

Di famiglia portoghese ma nata a Roma, Lenòr fu tra i protagonisti di quella scena politica di fine XVIII secolo come poetessa, patriota e giornalista. Dalle pagine del suo giornale esortò alla lotta fino alla fine: “La cosa più importante è educare il popolo questo ho cercato di fare col mio giornale.” Fino all’ultima edizione, il n.35, combatté contro l’ignoranza causa di molti dei mali che affliggono le società di ieri e di oggi: “A Napoli la rivoluzione pochi la capiscono. L'ignoranza ci mangia tutti” (Vincenzo cuoco). Nel monologo l’ignoranza assume i tratti ingenui di Graziella, una giovane popolana, che Lenòr prese come domestica per sottrarla al mestiere della strada. Cercò di insegnarle a leggere e a scrivere ma è proprio dalla sua bocca che arriva l’onda gelida dell’ineluttabilità: ”Accussì ha dda esse”. Ognuno nasce col proprio destino e c’è poco da fare: “Come può essere libero lo spirito se assediato dalla fame?”, così riflette Lenòr all’alba del suo ultimo giorno nel buio di una cella, ormai privata di qualsiasi cosa tranne che della dignità che provano a strapparle via con le mutande. 

Dalle sue ultime ore sgorga il racconto di tutto quello che sta in mezzo tra l’inizio e la fine, una vita spesa come tutti noi in bilico tra l’ineluttabile assegnato dal destino e la strenua lotta per piegare gli eventi nella direzione che scegliamo. Un fado portoghese accompagna i ricordi legati alla sua giovinezza. Nata in seno a una famiglia agiata, Eleonora, venne introdotta agli studi grazie all'aiuto di uno zio, l'abate Antonio Lopez: “Mio zio mi regalò una copia del volumetto “La damigella istruita” (Gaspare Morardo. Stamperia Mairesse, 1787) e iniziò presto a scrivere componimenti poetici che le valsero l’attenzione della corte e il posto come bibliotecaria della regina Maria Carolina d'Asburgo-Lorena; con lei frequentò i salotti degli illuministi napoletani, in un primo tempo sostenuti dalla stessa sovrana.

Arrivata per volere del padre alle tede nuziali con Pasquale Tria de Solis, tenente dell'esercito napoletano, Lenòr assiste inerme al suo tragico destino di donna, data in sposa a un uomo violento. Rimasta incinta, la gioia di vivere torna a crescere col suo ventre: “Se non scrissi è perché la felicità va vissuta” ma purtroppo il piccolo Francesco morirà a soli otto mesi per un’infezione al cuore. La regia sceglie Lascia ch'io pianga, la celebre aria per soprano composta da Georg Friedrich Händel, per accompagnare la scena. La più grande delle disgrazie a cui seguiranno aborti e il baratro di una depressione da cui la salvò l’intervento misericordioso del padre: “Scrissi a mio padre che venne a liberarmi. Lo assistetti fino alla sua morte. A trent’anni ero già vecchia.” La spaccatura con il proprio lignaggio (arrivò a cancellare dal suo cognome il "de" nobiliare) portò alla nascita dell’eroina e il 22 gennaio del 1799 fu tra coloro che proclamarono la Repubblica Napoletana mentre usciva il primo numero del "Monitore Napoletano", il periodico bisettimanale, di cui era diventata direttrice. Rinchiusa nel carcere della Vicaria venne processata,  condannata a morte e e impiccata a 47 anni. Salì al patibolo per ultima, dopo aver assistito all'esecuzione dei suoi compagni, con coraggio perché “La morte reca orrore solo a chi non ha saputo vivere”. Le sue ultime parole furono una citazione virgiliana: "Forsan et haec olim meminisse iuvabit", "Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose".

Nel culmine del dolore il monologo si ripiega in sé stesso, implode piuttosto, la recitazione contiene la tragedia in un’espressività, vocale e gestuale, trattenuta. Tutto il monologo si muove dentro un raggio emotivo compresso, come una rivoluzione sorda che risente l’eco dell’imminente fallimento. E proprio nell’impeccabilità della perfomance attorale, unita a un flusso incessante di parole alla lunga anestetizzanti, si perde ahimè quella punta di verità, che avremmo sperato: quell'emozione che sbava, esce come esce e buca la quarta parete pungendo lo spettatore nel vivo, ci è mancata. Il mestiere però tutto tiene insieme e la bravura di Nunzia Antonino è riuscita comunque a conquistare applausi partecipati che l’hanno portata a regalare dei bellissimi versi nel bis.

“Leonòr esprime il mio dissenso e il bisogno di bellezza, di cura, d’incontro, di giustizia” ha dichiarato l’attrice Nunzia Antonino. Un dissenso legato a una storia femminile che ben si incastona nel calendario vicino all’8 marzo ma è allo stesso tempo l’emblema di una lotta per il “diritto universale alla felicità” con l’unica arma di cui essa disponeva, e per predisposizione e per scelta, quella delle parole. Ma morì sul patibolo come un criminale di guerra, condannata dall’ignoranza e dalla volgarità di un potere ottuso e barbaro. E il popolo al quale aveva rivolto la sua dedizione, la saluta, ingrato, così al patibolo: " ‘A signora donna Lionora, - che cantava ncopp' o triato, - mo abballa mmiezo ' o Mercato". Scegliere di raccontare la sua storia è oggi come ieri, come domani, l’unico modo che abbiamo per far sopravvivere quegli stessi ideali che le costarono la vita: “Volevo che le cose migliorassero, credevo che potessero migliorare, e non solo per pochi. Ero disposta a rinunciare ai miei privilegi. Forse ero ingenua. Ho combattuto.”

Nunzia Antonino, attrice e danzatrice, formatasi all’Accademia d’Arte Drammatica, ha studiato con Pierre Byland, Giancarlo Sammartano, Jean Claude Penchenat, Guido De Monticelli; lavorato con Mario Scaccia, Franco Però, Adriana Innocenti, Ferruccio Soleri, Adriana Asti, Giancarlo Sepe. Tornata a vivere in Puglia, è stata diretta da Teresa Ludovico, Micha Van Hoecke e Carlo Bruni. Ha recitato nei principali teatri e festival europei, con tournèe anche in Giappone, Australia e Sud America. Fra le sue interpretazioni più recenti da protagonista: Bella e Bestia, Lezioni di Piano, L’Amante, I Reduci, Passioni e Lenòr.

Elisa Cosci
© Riproduzione riservata


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