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sabato 23 gennaio 2021

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

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di Marco Celati - mercoledì 25 novembre 2020 ore 10:58

Il tramonto incendia il cielo, scontorna di rosso le nubi grigie e il profilo dei palazzi. Il sole è un bagliore sull’auto da accecare la guida. Il freddo cominciava a farsi sentire. Avrebbe voluto abitare in una casa di pietra, fra mura che delle pietre conservano la lunga vita, stare lontano dalle cose, dagli affanni. Si riaprivano vecchie ferite che il tempo non cura, sanguinavano ancora, ponendo domande, interrogando il passato. E ci sono domande sul tempo, domande sulla vita. Si chiedeva solo se ci fossero risposte. Forse lo erano quel tramonto sul colore uggioso del cielo, il freddo e il sangue sparso su ciò che è stato e ciò che non sarà: per tutti i pensieri vagabondi, per tutte le volte che aveva detto hic manebimus optime e non era mai restato.

Si viene per caso e per caso si va. Finché di tanti giorni uno sarà l’ultimo e ce n’andremo così, come niente fosse stato: da sofferenza veniamo, in sofferenza andiamo. E in mezzo l’inerzia potente della vita: un misto di bene e male, di meriti e di colpe, una confusione di albe e tramonti. E allora avrebbe dovuto dire che no, ogni cosa finisce, vanisce nel nulla, nel vuoto che è dentro. E così voleva restare: muto. Ascoltare in silenzio il silenzio di parole non dette. Osservare con distacco superfici e profondità, provare la vertigine dell’altezza e dell’abisso, ma era troppo per lui, per i conti da pagare, per la vita svogliata. Voleva solo vedere e sentire, non perdere la vista e il senso delle cose. Sentire che, in questa lontananza, esistiamo ancora. Per gli affetti e gli amori, per le tue torte salate, per il gatto del focolare ed il salice che cresce. Per la progenie che si lascia.

Il ricordo a volte è aspro e buono come l’odore del pane bruciato, del latte scaldato che rammentano la casa, l’infanzia e il mattino. Memoria olfattiva si chiama. Lasciare anche i ricordi odorosi, dolorosi, lasciarli andare via. Via, dove non ci sono che cani e vento, alla fine della strada, via dove non c’è più niente di niente. O lontano, fin dove la strada si getta nel mare e nel mare si getta il cielo e il sole vi affonda con il giorno e comincia la notte. Ed è tutto.

Gli veniva da pensare che c’è un tempo per avere tempo e uno per non averne più. E chiedersi se per comprendere le cose sia meglio immedesimarsi oppure estraniarsi. Stare in medias res oppure distanti. Ci dev’essere un equilibrio tra questi atteggiamenti e la realtà, i fatti, ma da tempo gliene sfuggiva il confine. Si distraeva da sé, da quello che pensiamo e forse siamo. Dire “forse” è da perdenti, l’aveva sentito da qualche parte. “Forse” gli piaceva tanto e anche “chissà”, “se”, “ma”. Trovava che in questa forma si potevano descrivere, se non spiegare, le complessità, le ipotesi. Comprendendo la probabilità che siano vere o meno. Che noi siamo perdenti o vincenti. Perché i vincenti dovrebbero avere un dubbio e i perdenti meritare rispetto. “Compassione”, se non fosse fraintesa, sarebbe la parola che, senza confonderli, include e accomuna vincitori e vinti: il vae victis si ribalta spesso sui vincitori. E questo perché a tutti per nascita è concessa la misericordia di vivere. A ciascuno di noi.

Aveva disposto gli oggetti con cura, si apparecchiava una cena frugale. La stanza era in penombra, negli acufeni degli orologi risiede il tempo che passa aspettando qualcosa. Che cosa? Una notizia? Una storia? Una vibrazione? L’ispirazione di quella sera. Di quella notte immobile con il canto dell’assiolo. Ciò che siamo. Un quadro appeso alla parete, uno appoggiato a terra, un fiore finto, un soprammobile, il frigo con i magneti, la tivvù spenta, il letto rifatto con sopra i cuscini. La casa, la polvere. Polvere e così sia.

Marco Celati

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