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sabato 27 novembre 2021

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Vittorio

di Marco Celati - martedì 27 aprile 2021 ore 07:30

Gallicano - che poi si dige Galligano, marianna gane! - è un paese della Garfagnana, 37 chilometri da Lucca, 3.600 anime circa. Il torrente Turrite scorre in basso, si fa lago e diga prima di esaurirsi nel Serchio. Sullo stradone che ci porta, un paio di supermercati mettono tristezza, poi si sale e il borgo è caratteristico. Come tutti i paesi di quelle parti. Quel che resta di un castello, poi fortezza e un numero infinito di chiese. Una scuola a prova sismica: qui del terremoto c’è da avere paura. É costruita per resistere a scosse fino al nono grado della scala Mercalli, con tecnologia presa dai giapponesi che di queste disgrazie se ne intendono. Gallicano sembra fosse un centurione romano. Il castello se lo contesero i lucchesi, i Duchi di Modena e gli Estensi. Poi il Risorgimento, i Savoia, il Regno d’Italia. Le due guerre, il monumento ai caduti e la Repubblica. In un primo tempo provincia di Massa e poi Lucca. Gallicano è sulla Via del Volto Santo, che si fa prima a dire dove non passa. Ma la fede è superiore alla geografia e tutte le strade portano al Volto Santo.

Il monte Palodina sovrasta: 800 metri di altezza, luogo di strani avvistamenti. Gnomi nel bosco e va bene. Un lucertolone verde gigantesco, insomma. Una piramide arancione sulla sommità, da non credere. Senza farci mancare oggetti volanti sconosciuti e luminosi, Ufo insomma. La Garfagnana è terra di misteri. Ma tornando all’umano, a Gallicano esistono due compagnie teatrali, una corale polifonica, musici e sbandieratori. Da mangiare, tipica ed esclusiva la “focaccia leva”: forma rotonda, più o meno 20 centimetri, alta uno, messa al fuoco in testi di ferro detti “cotte”, accompagnata con fagioli giallorini all’uccelletto e salciccia. Oppure farcita con la qualunque fra i prodotti tipici: pancetta arrotolata, biroldo, lardo e formaggi semifreschi di vacca e pecora. Da consumare ben calda. Vino della casa. E buon appetito.

A Gallicano c’è nato Vittorio, carabiniere. Silvana invece è lunigianese, somiglia a Lauren Bacall, la moglie di Humphrey Bogart. Emigrata in Corsica fa ritorno a Pontremoli, sua città natale, dove Vittorio prestava servizio. Il nostro carabiniere si strappava apposta qualche bottone dell’uniforme per farselo cucire dalla bella Silvana che faceva la sarta. Quando si dice il fascino della divisa, bottoni compresi! I due giovani si conoscono, s’innamorano e si sposano. Vittorio viene inviato di stanza a Pontedera, dove la famiglia si trasferisce. Victor e Silven, così si chiamano tra loro, pronunciando alla francese, seconda lingua della Silvana, abitano alle case popolari. La vita non era facile. Ma nel corso della vita si sono amati, dando luogo ad una serie interminabile di figlie. Si dice “speriamo che sia femmina” e loro al Paese e alla speranza hanno dato un contributo. Fra queste figlie c’è la mia compagna, la più carabiniera: è così che vi racconto questa storia.

Vittorio purtroppo è morto da tempo. A Gallicano in una RSA, che vuol dire, più o meno, Residenza Sociale Assistita, che poi sarebbe, più o meno, un ospizio per anziani, vive ancora una sua sorella, la “zia Cesarina”, zia Ce’. Sì, come Che Guevara, el Che, la pronuncia è la stessa. Donna magra, tempra forte, forgiata dal lavoro in patria e anche all’estero, quando c’era bisogno. E c’era. Attraversando tempi difficili, ha lavorato in fabbrica e a servizio, in Italia, Francia o Svizzera. Perché, come ama dire di sé, a volte santiando: «Sono una donna ardita». Non s’è mai sposata, ardita e indipendente. È rimasta da se’. Avrà certo amato, patito, gioito, rimpianto. Chissà.

Si combatte con la vita e anche con la morte. Cesarina a 93 anni è sopravvissuta al Covid che aveva infettato tutto l’ospizio, ospiti e personale. È stata male, ma ce l’ha fatta, grazie a cure mediche appropriate, ossigeno quanto basta, un bichierozzo di rosso a fine pasti e una fetta di “basimata”, un dolce tradizionale di Pasqua, ma non solo pasquale. Ora ha avuto il vaccino, è grande e vaccinata. Non sta sempre a letto, si alza quando la accompagnano nel salone sociale, a mangiare o alla porta a vetri, che viene a trovarla il Vincenzo, il nipote di Gallicano. Ha la vita davanti, tutto quello che resta e dietro di se’ ricordi, e ricordi, e ricordi: affetti, cose e tutto il tempo che è stato. Ha la vita che dobbiamo a chi l’ha spesa per sé e perché si fosse quello che siamo. Che siamo potuti essere e divenire: persone, famiglie, paesi. Un Paese.

La mia compagna la chiama spesso la sera. Zia, come stai? Carissima, bene! Risponde la Ce’. La testa funziona, magari a volte è un poco confusa, ma gira e parla veloce in dialetto e italiano. E racconta di cose e di altre chiede, s’informa, riceve e ricambia i saluti dei parenti nella diaspora. Uno di questi giorni è stato il compleanno di Vittorio, avrebbe avuto 98 anni. La compagna l’ha rammentato a sua madre e la Silvana ha risposto: «Eh già!». E poi ha fatto, con un sospiro: «Gee, quanto tempo!». Che “Gee” in pontremolese sta per Gesù. «Cercavo quella foto che eravamo tutte insieme con il babbo, per incorniciarla, ma non la trovo più, chissà dov’è» ha detto la Silvana. «Mamma, quale foto? Non buttare all’aria la casa, capace è in un vecchio album riposto in cantina». E insieme hanno ricordato il padre e il marito con affetto ed un pranzo alla casa popolare che con il tempo e i sacrifici Vittorio e Silvana avevano acquistato e adesso era loro. Anche Silvana ha fatto il vaccino e per l’occasione ha messo il vestito blu ed è andata dal parrucchiere a sistemarsi i capelli. Dopo, di sera, hanno telefonato a Gallicano e ancora prima di dire «Pronto, Cesarina?» dall’altro capo si è sentito: «O Vittorio!». Poi subito la Ce’ si è corretta e si sono parlate.

È difficile dire cosa passa per il cuore e la testa, che confusione fanno i ricordi con la vita ed il tempo. Fatto sta che quel “Vittorio” è venuto così, per sbaglio e per caso. È stato detto prima che fosse detto e ricordato, perché per questo, per il compleanno del Vittorio, avevano telefonato alla Cesarina. E un brivido è corso, c’è stata un’emozione commossa, sorpresa di se’. Ma forse non era per sbaglio e nemmeno per caso. Forse a volte la vita ci rende qualcosa di noi, ci restituisce chi siamo stati. Perché ci ricordiamo i nostri cari e per ricordarci chi siamo.

Marco Celati

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