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venerdì 06 novembre 2026

PSICO-COSE — il Blog di Federica Giusti

Federica Giusti

Laureata in Psicologia nel 2009, si specializza in Psicoterapia Sistemico-Relazionale nel 2016 presso il CSAPR di Prato e dal 2011 lavora come libera professionista. Curiosa e interessata a ciò che le accade intorno, ha da sempre la passione della narrazione da una parte, e della lettura dall’altra. Si definisce amante del mare, delle passeggiate, degli animali… e, ovviamente, della psicologia!

​Quando l’esperienza diventa una presunta competenza

di Federica Giusti - venerdì 06 novembre 2026 ore 08:00

Viviamo in un mondo curioso, nel quale sembra che basti avere un’esperienza personale, maturare una convinzione e raccontarla con una certa sicurezza sui social per trasformarsi, improvvisamente, in esperti. Psicologi improvvisati, educatori autodichiarati, dispensatori di verità assolute: tutti pronti a spiegare agli altri come funziona il mondo, spesso senza interrogarsi sulle conseguenze delle proprie parole.

Eppure, quando si parla di psicologia e pedagogia, le parole non sono mai soltanto parole. Hanno un peso, una responsabilità e, soprattutto, possono incidere sul modo in cui le persone comprendono la crescita, lo sviluppo e i bisogni dei bambini.

Per questo motivo, la notizia della possibilità che la cosiddetta “mamma del bosco” svolga attività di docenza in ambito pedagogico mi suscita più di una perplessità.

Sia chiaro: ogni esperienza umana merita ascolto. Anche quelle che si discostano profondamente dai modelli educativi più diffusi possono offrire spunti di riflessione. Ma c’è una differenza sostanziale tra raccontare la propria storia e possedere le competenze necessarie per insegnare una disciplina.

L’esperienza personale può essere preziosa, ma non è automaticamente una competenza professionale. Io, per esempio, riesco anche a montare qualche mobile Ikea senza chiedere aiuto. Questo non significa che possa propormi come montatrice professionista, né tantomeno insegnare il mestiere ad altri!

La pedagogia, però, non è un mobile da assemblare. È una disciplina che si confronta con lo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale, con i diritti dei minori, con i bisogni educativi e con la complessità dei contesti familiari e sociali. Richiede studio, conoscenze scientifiche, capacità critica e consapevolezza delle responsabilità che comporta.

E soprattutto richiede di mettere al centro i bambini, non le convinzioni degli adulti.

Le scelte educative attribuite alla donna in questione, tra cui il rifiuto della scolarizzazione formale e le condizioni abitative e igieniche che hanno suscitato preoccupazioni per il benessere dei minori, pongono interrogativi che non possono essere ignorati o trasformati in un modello pedagogico da trasmettere senza un’attenta riflessione.

Una testimonianza può certamente diventare materiale di studio: per interrogarsi, discutere, analizzare criticamente anche gli errori e le contraddizioni. Ma questo è molto diverso dall’attribuirle un valore formativo o un’autorevolezza professionale.

Perché il rischio, altrimenti, è quello di confondere la libertà di raccontare la propria esperienza con il diritto di presentarla come sapere.

E quando in gioco c’è l’educazione dei bambini, questa confusione non è affatto innocua.

Non tutto ciò che abbiamo vissuto ci rende esperti. E non tutto ciò in cui crediamo può diventare un modello educativo per gli altri.

Fidiamoci di chi, oltre all’esperienza, ha anche i titoli per poter insegnare!

Federica Giusti

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